Le interviste di FotoUp

Camere Oscure

Intervista ad Andrea Pagliarulo, tifoso interista, fotografo e stampatore, attualmente nello staff di Prospekt. Riflessioni e osservazioni su cronaca, reportage e sul mondo della fotografia in generale

 

Sulcis miniera

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Chi è Andrea Pagliarulo, raccontaci 

Il Paglia, oggi fotografo e tecnico freelance. Adesso ci sto mettendo la faccia prima ero Andrea dell’Agenzia, per fortuna la passione ce l’ho sempre avuta, mi sono tolto un vestito e me ne sono messo un altro, sono un eclettico e credo abbastanza completo in termini di esperienza, ma non ho quella specializzazione di settore che spesso oggi è richiesta. La mia scommessa è stata cercare di tirar fuori me stesso, il mio stile e far crescere ciò che ho coltivato di buono in questi anni.

Il lavoro che ho proposto sul numero 2 di Witness Journal, sulle miniere e sui minatori, è uno dei tre progetti, con Cuba e La fabbrica degli uomini, che ho prodotto quest’anno. Li ho sentiti veramente miei, ci ho lasciato il cuore, mi sono fatto coinvolgere; normalmente sono molto freddo soprattutto quando mi occupo di cronaca mentre quando faccio reportage come fabbrica, miniera, cuba, devo lavorarci un mese prima e uno dopo. Questa è la mia timeline è un po' come se queste esperienze si prendessero un pezzo di me, posso piangere di cuore e di paura mentre scatto, è un approccio molto emozionale e il prodotto dal mio punto di vista è più vero. Nella cronaca affitto me stesso, in questi lavori sono il "paglia", metto in conto che forse non li venderò ma li vivo molto intensamente, con piacere.

 

pagliarulo

 

Io sono uno che cerca di dare sempre il meglio, sono molto esigente, quando ho per le mani un lavoro cerco di farlo al meglio anche se non mi piace, questa è l’ancora che mi salva dall’abrutimento del quotidiano.

Prima lavoravo per Tam Tam. Ci ho lavorato con vari ruoli per dodici anni, inizialmente poche ore, poi a tempo pieno. Ci sono entrato e mi sono sentito veramente parte dell’agenzia.

 

Come è iniziata la tua storia da fotografo?

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Tutto inizia dopo l’esame di maturità, sono tornato da un viaggio e ho detto “va là, ma io quasi quasi faccio il fotografo…” e lo sto facendo.

Il mio percorso è iniziato in uno studio di moda, quasi per caso, lì ho imparato ad usare il colore e a stare in camera oscura, poi a stampare, la mia passione e da quel momento, proponendomi come tecnico, ho iniziato un giro di laboratori, da QSS a centri professionali, nel frattempo scattavo ma mi consideravo uno stampatore..

Scattando mi sono accorto che avevo bisogno anche di qualcosa di strutturato che mi desse delle basi di tecnica, così mi sono iscritto alla scuola serale dell’Umanitaria. Una sera guardo la bacheca, lì c’era un annuncio: cercasi fotografo per lavoro su navi da crociera, ho risposto subito, mi sono licenziato da QSS e sono partito; due anni sulle navi dal '90 al '92, esperienza importante di fotografia e di camera oscura, il mio mood era ancora lo stampatore, uomo da camera oscura cazzi miei e luce rossa..
E devo dire che il primo amore non si scorda mai, ho ripreso in mano oggi proprio questo tipo di attività, nella nuova agenzia, anche perchè mi sto ritagliando uno spazio da “professionista”; oggi anche i grandi, difficilmente si occupano di questa parte “artigiana”. Incominciano a conoscermi, tramite passa parola, e a darmi i loro rulli, a fidarsi e ad apprezzare il mio stile di stampa visto che preferisco la camera oscura allo schermo del computer...

 

Tornando al tuo percorso professionale…
Sì, sceso dalle navi sono finito a fare il venditore per una grande agenzia ma non ha funzionato..
Poi nel 1993 compare nella mia vita Contrasto, aveva appena rilevato l’archivio di Magnum e da Parigi arrivavano scatole su scatole di foto, per sei mesi ho fatto l’archivista , foto Cartier, Barbeja, Capa, Salgado, oggetti con una storia, originali, spesso stampati da loro, forma e sostanza della storia del fotogiornalismo.

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Finita la collaborazione con Contrasto sono entrato in Tam Tam, lì ho dovuto mutare pelle, piano piano mi hanno obbligato a fare fotogiornalismo e cronaca, nella mia testa avevo sempre cercato di evitare la connessione tra lavoro e fotografia, per me la foto non era qualcosa che volevo condividere, non mi interessava, allora.

Per esempio, a me piace fare le foto per i matrimoni, parlavo con dei colleghi la scorsa settimana, e sento: “..quello è un fotografo da matrimoni…”, io mi incazzo, trovo che sia superficialità, ogni settore ha il suo modo di esprimersi e e il suo spazio d’arte e originalità, se guardi le mie foto di matrimoni credo siano tra le migliori sotto diversi aspetti, ma anche nel nostro ambiente ci sono varie etichette con cui fare i conti, così mi è venuta voglia di fare una mostra tematica, vedremo.

 

Questa la storia, oggi cosa fai e per chi lo fai, e come lo fai, anche in termini di inquadramento contrattuale.
Domanda scottante ma per me di attualità. Dunque, a settembre sono uscito da Tam Tam, lavoravo lì da circa 12 anni, non credevo sarebbe successo, oramai ero un pezzo storico, mi sentivo una delle colonne dell’agenzia, ero a libri e forse coinvolto oltre misura, nel senso che mi sentivo veramente “parte” dell’agenzia.

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Dopo poco tempo ho iniziato un rapporto di collaborazione con la Prospekt, che già conoscevo. Sono entrato nell’agenzia ma senza un contratto definito. Questo dopo anni da dipendente in cui facevo un lavoro praticamente da project manager: desk, ricerca e gestione delle relazioni esterne, coordinamento dei fotografi, ora sono di nuovo un fotografo. E poi si è riaperto dello spazio per lo stampatore che è in me, uso la loro camera oscura, loro si fidano e mi danno lavoro, io sono rapido, è un lavoro che conosco bene e appunto amo, e mi permette di venire a contatto con grandi fotografi come Ivo Saglietti, Fausto Giacone e Franceso Giusti, insomma è una convenienza reciproca.


pagliarulo



Quali sono i tuoi attrezzi di lavoro?
Io uso una Nikon D200, con obiettivi manuali 24mm e 35mm, è un po’ come se usassi una ferrari in città e quasi esclusivamente per andare dal tabaccaio dietro l’angolo. E’ forse il mio grande limite, il digitale non mi affascina, non sono interessato alle novità, per me la fotografia è mettere a fuoco e scatti, non ho voglia di leggere il libro di istruzioni, mi piace cambiare giusto gli ISO e la lettura del bianco, poi lavorare in manuale... sono molto più sicuro con la pellicola, 6x6, un 35mm, il digitale non mi interessa insomma se non per questioni tecniche o di mercato.

pagliarulo



Cosa intendi per questioni di mercato?
Ad esempio, il mercato richiede rapidità a volte, anche di trasmissione del materiale, a Cuba il digitale l'ho portato e poi non lo ho usato, ma se fosse successo qualcosa a Fidel avevo bisogno di uno strumento veloce che mi permettesse quasi in tempo reale di trasmettere le foto dall’altra parte del mondo.
Non amo particolarmente le foto in digitale, trovo che la stragrande maggioranza di foto digitali risultino piatte, con poca profondità, rimangono un immagine video, per adesso trovo che manchi profondità e poi non mi piace il fatto di poter vedere subito le tue foto, si perde qualcosa.
Però su questo tema, al di là delle mie preferenze personali, farei una distinzione: un discorso sono i reportage, un altro è il fotogiornalismo, trovo siano due ambiti distinti.

pagliarulo



Puoi spiegarci meglio a cosa ti riferisci
Ad esempio, le foto per Tam Tam da quotidiano, politica, sport, cronaca, manifestazioni, vanno benissimo in digitale hanno una loro fruizione immediata e momentanea, quasi si esauriscono nel gesto e nel contesto temporale in cui si inseriscono, sono veloci, puoi avere una cura minore dei particolari e se fai cronaca è lo strumento più adatto.
Quando invece fai un reportage credo che il lavorare su pellicola, cioè il non vedere immediatamente cosa hai fatto, avere la sorpresa di quello scatto che non ti ricordi, permetta di seguire meglio la storia che stai creando, devi aver ben chiaro cosa stai facendo e dove vuoi arrivare...e poi sono più tranquillo ad avere con me una borsa piena di rullini e una meccanica, solida e spartana piuttosto che tutta l’attrezzatura di cui necessita il digitale, preferisco viaggiare il più leggero possibile e non dipendere dall’elettricità.

 

pagliarulo
 

 

Quanto il digitale ha cambiato il modo di lavorare nel tuo settore?
Quasi tutta l’ultima generazione di fotografi è “digitale”, questo ha aumentato la base dell’offerta qualitativamente adeguata al mercato ma ha anche determinato un forte turnover nelle agenzie; i giovani magari ci stanno un anno poi cambiano, però ho visto che imparano molto velocemente sanno tirare fuori il meglio da questo mezzo e sfruttarne la velocità e la massa che sono in grado di produrre.

pagliarulo


La grande sfida del fotogiornalismo è questa, sopravvivere alla massificazione dell’immagine, un grande spartiacque sono stati gli attentati a londra del 2006: le uniche immagini che c’erano erano scattate con il telefonino, i professionisti non c’erano, i professionisti erano i fruitori, questa evoluzione credo ci obblighi ad andare più in profondità della presa dell’attimo, approfondire le storie e integrare l’immagine con la storia appunto.
Oggi c’è un overdose di immagini, se fino al 2000 per un evento arrivavano in agenzia 200 foto di materiale, adesso ne arrivano migliaia, ciò fa si che sia quasi impossibile vendere, si deve avere la foto “diversa”.


Cosa intendi per foto “diversa”?
Un gesto, un inquadratura, il non concentrarsi su quello che vedi ma riuscire a vedere altro, non la stretta di mano tra i due potenti, ma l’attimo in cui si guardano e si dicono ok, facciamo finta di volerci bene, noi lo sappiamo ma non facciamolo notare agli “spettatori”, oppure scattare quando i clic tacciono, cioè avere un altra prospettiva.
Questo tipo di processo obbliga a pensare e interrogarti prima e dopo lo scatto, sul contesto, sul soggetto, sul significato che puoi attribuire ad una immagine altrimenti una foto di cronaca o è cinque minuti dopo in redazione o è già vecchia, e anche così spesso devi conoscere qualcuno che vuole le tue foto e le aspetta.
pagliarulo


Oggi l’immagine di cronaca è fortemente strumentalizzata, la politica è principalmente immagine e quindi l’immagine tende ad adeguarsi alle richieste della politica, con tutto ciò che questo comporta in termini di libertà e realtà.
La foto è quasi sempre mediata e utilizzata in modo funzionale, difficilmente è quello che ritrae, pensa alla manifestazione dello scorso anno del 25 aprile, 100000 persone , dieci hanno bruciato una bandiera di Israele e quella era la notizia, lo trovo vergognoso, è travisare la realtà.
Questo vale in assoluto, destra e sinistra, le foto di Silvio su Il Giornale sono tutte perfettamente in linea con il suo sorriso e il look che vuole trasmettere, se penso che so a Repubblica credo che sia uno dei pochi giornali ad aver pubblicato la foto della Brambilla a Porta a Porta, seduta con la minigonna e la giarrettiera che le si vede, per Repubblica era funzionale per altri no e non escludo che sia stata anche una scelta precisa dello staff della Brambilla fare vedere la giarrettiera.
La sostanza dell’oggetto in questo caso si perde, è foto politica non di moda o di costume, ma purtroppo in Italia si è imposto oggi uno stile di giornalismo, e quindi un fotogiornalismo “strillato”, questo modo di lavorare è per me una cosa vergognosa, si impone e si afferma chi grida più forte.

 

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Archivio      giu 24, 21:29