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Intervista

Intervista a Isabella Balena

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Cito un'altra di quelle 10 parole, “istante”. Poi aggiungo “digitale”. Un tempo con il solo uso della fotografia analogica era forse più facile che si mancasse l’istante decisivo di Bresson, perché forse il fotografo tendeva a risparmiare sul rullino e quindi anche sulle situazioni. Oggi che si può scattare “senza badare a spese” perché le spese si sono annullate è più semplice secondo te catturare l’istante?
Secondo me è quasi più difficile. Catturare l’istante non è questione di metro di pellicola o di capacità di memoria delle card. Cogliere l’istante è quello che tu hai nella testa. Se c’è una situazione che si sta sviluppando e che mi piace, e io scatto scatto scatto perché mi interessa, nel momento in cui io ho rubato l’istante me ne rendo conto e smetto. Che tu abbia tante possibilità o meno, semplicemente se ne hai meno stai più attento. Non è questione di risparmio, è la capacità di guardare. E mi sono resa conto che in digitale questa attenzione per l’accadimento, per quel cogliere quel momento né prima né dopo perché è solo quello, in realtà si è persa. Secondo me molti fotografi te lo possono dire, il passaggio dall’analogico al digitale mi ha fatto capire di avere un attrezzo in mano che in realtà fa troppe cose e si riescono a controllare poco. 


Ormai siamo scese sul tecnico, tu scatti in digitale o in analogico? Per scelta o per necessità?
In digitale, per necessità: quella di rimanere sul mercato.
E’ chiaro che l’attrezzatura dipende anche dal genere fotografico, chi fa architettura lavora in banco ottico e potrebbe non passare al digitale. Chi fa cronaca e deve stare ai tempi della realtà, non può più prescindere dal digitale. Però è anche vero che quando tu lavori per te, per un tuo progetto, puoi continuare a scegliere come lavorare.

 

Isabella Balena (Bielorussia 1999)

Isabella Balena | Bielorussia 1999


Cosa pensi di chi dice che il rischio del digitale è quello di spostare continuamente l’attenzione dalla fotografia alla macchina fotografica?
Io sento che il digitale ha portato delle grandissime cose. Se vuoi c’è anche un risparmio ecologico rispetto allo sviluppo. Poi la velocità con cui si trasmettono le foto senza più quelle nottate intere per sviluppare le immagini da mandare al giornale. Prima si faticava molto in camera oscura. E’ vero che oggi c’è una grande attenzione rivolta allo strumento, cha va dalla macchina fotografica al computer ai vari software di fotoritocco. Tutti possono fare delle foto buone, l’attrezzo lo consente. Su questo non ho niente da dire. Ma quello che non mi piace è la postproduzione, il fatto che tu decidi dopo la tua foto e non prima. Per carità, ci sono alcune cose che si facevano in camera oscura come oggi con Photoshop, ma prima sceglievi a monte se scattare a colori o in bianco e nero, quale tipo di bianco e nero. Oggi quello che tu scatti può diventare a colori, in bianco e nero, meno saturo, super saturo, è tutto deciso a posteriori. E quindi per me c’è un’estetica esagerata, si punta tutto sulla forma e non tanto sulla sostanza dello scatto.


Ti è capitato di verdere foto eccessivamente ritoccate ultimamente?
Guardavo proprio oggi le ultime fotografie pubblicate sul terremoto in Abruzzo. Non è che non vanno bene, vanno tutte bene. Ma una foto mediocre, mediocre intendo per significato, per inquadratura, per scelta del soggetto, in realtà postprodotta con dei bei colori, con una bella luce, diventa una bella foto. Ma lo è solo di forma, non nella sostanza. Un conto è la foto artistica, un conto è il fotogiornalismo. Allora mi da fastidio vedere come la luce dell’Abruzzo, postprodotta, non è più la luce dell’Abruzzo ma è una luce esteticamente bella, fredda e desaturata.
Un collega che ha lavorato tantissimo in Iraq ha reso le sue foto in postproduzione molto contrastate, piene di colori ed estremamente sature. Ma la luce dell’Iraq non è questa, è una luce brutta, piatta, polverosa. Allora non mantenere questo, vuol dire non fare fotogiornalismo. Non dai la notizia così, perché la notizia è anche che quel giorno lì c’era una luce che faceva schifo.   
Questo è quello che non mi piace, ma non del digitale in sé. Semplicemente dell’utilizzo che se ne fa.


Sei brava in postproduzione?
Diciamo che continuo ancora a fare prima quello che potrei fare dopo (ridiamo).


Da donna a donna, da fotografa e fotoamatrice: che consigli ti sentiresti di darmi?
Intanto cerca di fotografare quello che ti piace, da fotoamatrice te lo puoi permettere. E poi sii curiosa, non fermarti alla superficie e se una cosa ti interessa giraci intorno, vacci dietro, sopra, sotto, di fianco, di giorno, di notte. Vai sempre un po’ più in là. Questo ti permetterà di fare delle belle foto intese come foto che hanno un significato, al di là della forma. Ci dev’essere qualcosa di riconoscibile, di tuo. Perché tutti fanno foto e la differenza sta in ciò che tu riesci a tirare fuori dalla realtà. Il tuo sguardo è solo tuo. La tua capacità di vedere.

www.isabellabalena.net

 

(01.05.09)

 



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