di Rosa Pugliese
Sarebbe bello se la fotografia potesse risvegliare la nostra indignazione e al tempo stesso restituire dignità a coloro che vivono ai margini di questa società. Non è facile, ma ci si può riuscire. E’ questa quella che Giulio Di Meo ama definire la sua fotografia: il solo modo per comprendere le storie delle persone che si incontrano per le strade del mondo, catturarle e restituirle dignitosamente agli occhi di chi non piange più quando si imbatte in una immagine che dovrebbe emozionare.

Giulio, quando hai appeso al collo la prima macchina fotografica?
Ho cominciato a fotografare con i primi viaggi, da adolescente. Mio padre aveva questa passione e, già da piccolino, mi portava con lui nella camera oscura. Poi mi prestava le macchine fotografiche, quindi avevo la fortuna di avere in casa un padre che avesse non solo la passione, ma anche un'ottima attrezzatura: usavo già a 16 anni una sua Nikon F301. Immediatamente dopo è stato fondamentale il viaggio, non riesco a scindere le due cose.
Il tuo tipo di fotografia però non è paesaggistica...
No, esatto. La differenza dal primo al secondo viaggio è sostanziale. Nelle prime foto c’è solo ed esclusivamente paesaggio, a volte io o gli amici che erano con me; già nelle foto del secondo viaggio è esattamente il contrario: il paesaggio è scomparso, ci sono solo persone. E mi trovavo in Messico, dove ignorare quello che si ha intorno è assai difficile. Nella fase intermedia avevo cercato di documentare alcuni rituali in campagna, come l’uccisione del maiale. Fotografie piuttosto macabre, ma venivo invitato a casa della persone del paese, così le persone sono poi diventate il soggetto principale delle mie foto.

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