La barba e i capelli lunghi hanno quasi sempre permesso a Gabriele Torsello, in arte Kash, di diventare invisibile in Kashmir prima, in India sotto la guida di un Baba poi e in Afghanistan successivamente. Ma fu proprio quando decise di vivere a Kabul per completare il suo progetto fotografico, nel 2006, che venne rapito e rilasciato dopo 23 giorni. Perse ogni foto di quell'ultimo viaggio, ma non la passione per la fotografia che gli permette oggi di riscoprire l'Italia.
di Rosa Pugliese
Gabriele, molti ti conoscono soprattutto come il fotoreporter rapito in Afghanistan nel 2006. Come è cambiata la tua vita e la tua passione per la fotografia da quell’avvenimento?
E' da premettere che ho iniziato con il fotogiornalismo nel '94, era la mia professione già da 12 anni. Poi è accaduta quella vicenda, attraverso la quale molti in Italia mi hanno conosciuto. In realtà ha bloccato completamente il mio lavoro. A me piace approfondire, cercare la notizia sul campo, studiarla e poi farne dei progetti: pubblicazioni, mostre, libri. Progetti che, tra l'altro, richiedevano del tempo. Solo nel Kashmir dove ho iniziato, ad esempio, ci sono voluti sette anni. In Afghanistan ho iniziato nel 2001, nel 2006 avevo appena preso la decisione di vivere lì almeno per sei mesi l'anno.
Immagino che raggiungere ogni volta l'Afghanistan non fosse semplicissimo...
No, infatti. Volavo da Londra a Dubai e poi Pakistan, Islamabad o Peshawar. Da questi posti poi andavo al confine, dopo aver richiesto tutte le autorizzazioni alla polizia tribale. E dal confine prendevo un taxi locale per Kabul. Non volavo mai fino a Kabul, passavo sempre attravero il Pakistan, più sicuro e più economico, ma anche più interessante.
Ma la vicenda del 2006 ha bloccato solo il tuo lavoro o anche il tuo interesse verso le persone e ciò che fotografi?
E' cambiato il mio rapporto con la fotografia. Per circa due anni dopo il rapimento io non ho fotografato, ed ero uno di quelli che non girano mai senza attrezzatura fotografica. Avevo tutto con me, sempre e ovunque, altrimenti mi sentivo mezzo nudo. La fotografia è un linguaggio e ci sono stati anni in cui trascuravo le altre forme di comunicazione per concentrarmi su quella prettamente visiva.

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