Ho incontrato Massimo Di Nonno a Fotografica 2009. Si metteva in posa davanti al mio obiettivo, poi ho capito perché. Da fotografo sa bene quanto questo possa essere irritante quando si cerca la spontaneità. Da bravissimo fotografo conosce molte altre cose che mi sono fatta raccontare tra un caffè e un cioccolatino in una Milano piovosa e umida
di Rosa Pugliese
Massimo, mi parli un po' di te e del tuo rapporto con la fotografia?
Io sono nato nel '68 a Campobasso, ho studiato per diventare odontotecnico e ho esercitato la professione per dieci anni. All'età di 28 anni ho iniziato però a capire che non era quello che volevo dalla mia vita. Mi sono appassionato alla fotografia e ho incontrato un fotografo di cui sono diventato amico, frequentavo il suo studio con la camera oscura. Da lì ho incontrato altri fotografi che aiutavo nei matrimoni. Poi ho rotto con la città, ero stanco della vita provinciale e ho deciso di andare via da Campobasso. Nel '97 ho partecipato alla Biennale dei Giovani Artisti dell'Europa e del Mediterraneo a Torino dove diventai amico di un altro giovane fotografo. Nel frattempo avevo esposto per la prima volta a Milano e ricordo che il direttore di un giornale che si chiamava Modo mi disse: 'bussa a tutte le porte, non ti fermare mai e bussa a tutte le porte'. Così ho fatto e quella frase non l'ho più dimenticata, soprattutto nei momenti più difficili.
E funziona?
Si, funziona sempre.
A quel punto cos'hai fatto?
Mi sono trasferito a Torino. Lì in realtà l'amore mi ha fatto andare un po' fuori dal mio percorso. Avevo una fidanzata che si occupava di arte contemporanea e allora ho iniziato un percorso artistico insieme a lei partecipando a diverse esposizioni. Poi si è rotto il rapporto con questa persona e anche quello con l'arte contemporanea. A quel punto ho capito che ero arrivato a Torino per fare il fotografo e che forse era il caso di farlo sul serio. Ho stampato le fotografie che avevo scattato in quell'arco di tempo, sono andato nelle redazioni di giornali come l'Unità, il Manifesto, Liberazione, La Repubblica e il Messaggero. Ho venduto delle cose in ogni redazione e mi sono illuso che potesse funzionare.
E invece?
Ho iniziato delle collaborazioni con un'agenzia di Torino, Mediamind, e poi a Milano con la Tam Tam. Lì ho conosciuto una persona che stava pensando di aprire un'agenzia e ho fatto parte di questo progetto finito per me dopo quattro anni. Mi sono scontrato con una realtà diversa e un percorso diverso da quello iniziale, così ho deciso di lasciare.

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