Nato a Napoli nel 1971, Mario è uno di quelli che dopo gli studi è tornato nella sua terra per restare e soprattutto per fotografarla. La racconta continuamente perché Napul'è mille culure anche quando è ritratta in bianco e nero.
di Rosa Pugliese
Dai matrimoni al reportage. Un percorso che molti compiono, il tuo com’è stato?
Sono entrato a far parte di uno studio di fotografia a 16 anni, andavo semplicemente per guadagnare un po’ di soldi e farmi le vacanze. Anche se non conoscevo nulla della storia della fotografia, a parte i nomi più noti come quelli di Bresson e Doisneau, ho iniziato a fare il fotografo. Poi piano piano mi sono legato a quest'arte, ho conosciuto altri fotografi che lavoravano con Oreste Pipolo, il più famoso fotografo di matrimoni a Napoli ma che pubblicava anche libri, e ho cominciato ad interessarmi più seriamente. Nel 1994 fu proprio lui a prestarmi la prima macchina fotografica e io andai nel posto più fotografato di Napoli, via dei pastori. La passione era cresciuta tanto, però sentivo che mi mancavano delle cose quindi ho messo da parte un po’ di soldi e sono andato a studiare alla Bauer di Milano. Avevo già fatto dei lavori a Napoli, mai finiti, e andai a sostenere il colloquio con 250 foto.
Quanto ha influito la tua città sulla tua professione?
Probabilmente se fossi nato in un’altra città non avrei fatto il lavoro che ho fatto. E' stato decisivo.
Da Contrasto a freelance. Un altro passaggio comune a quello di altri fotografi. Perché si sente la necessità di lavorare in maniera indipendente?
L’agenzia deve avere un senso. Il senso dev’essere che ti procaccia i lavori e ti insegna le cose che non sai fare, che ti prepara al lavoro e ti migliora. Tutto questo non è successo, quindi non aveva più senso. Per me è stato particolarmente difficile lasciare l’agenzia, avevo pubblicato qualche reportage andato molto bene. L’ultimo però lo organizzai per conto mio, andai in Kosovo e quando lo presentai mi dissero “Ok, sei bravo. Quando cominci a lavorare?”, per me quella era proprio la dimostrazione di voler lavorare. Ma non fu compresa. Quindi decisi di lasciare l’agenzia.

E come te la sei cavata?
Io non ho mai lavorato così tanto. Capitano periodi meno buoni, negli ultimi sei mesi avrò fatto 4-5 lavori commissionati, solitamente li faccio in un mese. Però ci può stare.
Dal reportage alle foto di scena. Com'è stata l'esperienza di Gomorra?
E' stata bellissima. Già tre mesi prima la Fandango è venuta a Napoli e ha preso uno spazio nel mio ex studio, quindi io li ho aiutati con i contatti, la ricerca dei posti e poi hanno utilizzato molte delle mie foto per ricreare la scenografia. Di conseguenza sono diventato il fotografo di scena. Ho accettato perché in qualche modo riguardava il mio lavoro e sentivo che il film sarebbe stato un successo. E poi mi sono divertito, a me il cinema piace moltissimo. Starci dentro è interessante.
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