Intervista ad Alberto Giuliani
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Storyteller
Alberto Giuliani, a dispetto dei suoi 34 anni di età, è un fotografo che ha già alle spalle sedici anni di professione e, soprattutto, decine di pubblicazioni e riconoscimenti internazionali. Testimone dei grandi eventi del nostro tempo, Alberto si potrebbe definire un moderno cantastorie che usa la fotografia come mezzo per raccontare la sua passione per la vita
di Amedeo NovelliBasta parlare pochi minuti con Alberto del suo lavoro per capire che dietro ai suoi reportage c'è una passione vera e trasparente per questo mestiere, per la fotografia così come per il giornalismo o, per dirla con le sue stesse parole, “per la vita”.
Partiamo dalle “bad news”: cosa pensi dell'attuale crisi dell'editoria italiana e in particolare, di quella che da qualche tempo affligge i settori della fotografia e del fotogiornalismo?
Ci sono diversi ordini di problemi che si sommano ed è difficile fare un discorso generale. Di sicuro dal punto di vista del fotografo in questo momento assistiamo a una progressiva diminuzione degli spazi editoriali, così come dei relativi budget. La crisi della carta, almeno per adesso non ha trovato una compensazione sul fronte on-line e in questa situazione di stallo ovviamente i committenti scarseggiano.
Come si esce da questo pantano?
Detto che per natura sono ottimista ma che non ho la soluzione in tasca, sono convinto che in qualche modo alla fine sarà la qualità l'elemento da cui ripartire. Per riuscirci occorre però essere consapevoli che il fotogiornalismo è molto cambiato, così come il modo di fare informazione in generale. Pensa ad alcuni momenti storici più recenti, ad Abu Ghraib piuttosto che allo tzunami nell'oceano indiano o all'11 settembre. Sui nostri schermi e sui giornali sono arrivate immediatamente le immagini scattate dai telefonini o dai videoamatori “locali”. Perfino nella cronaca, ormai al fotogiornalista è precluso l'accesso ai luoghi teatro dei delitti. In questo senso il lavoro di Letizia Battaglia è davvero irripetibile, così come rischia di esserlo anche quello di James Nacthwey per quanto riguarda la fotografia di guerra. Oggi si viaggia “embedded” che significa vedere quello che ti vogliono far vedere, raccontare ciò che è opportuno raccontare, poiché politici e militari sanno bene che la prima guerra da vincere è quella dell'informazione. Il citizen journalism, così come la rivoluzione digitale, sono fenomeni molto interessanti, che di fatto sostituiscono il fotogiornalista nel compito di “raccontare il mondo” obbligandoli di conseguenza a usare di più la testa per ricercare l'approfondimento, ciò che più ora manca ai giornalisti. In questo senso credo che la qualità citata all'inizio sarà il punto da cui ripartire.

Visto che hai citato la Rete e il digitale ne approfitto per chiederti l'opinione su questo nuovo media e sulle tecnologie che vi gravitano in qualche modo intorno, ivi compresa la fotografia
Sono sicuramente tra coloro che guardano con favore sia al web sia al digitale. Sono convinto che si tratti di un'opportunità e, se ti riferisci anche alle recenti funzioni che hanno introdotto il video nelle reflex, credo che si tratti di una risorsa in più per chi come me lavora con il solo scopo di raccontare al meglio una storia e al maggior numero di persone. Il web inoltre è un palcoscenico per molti versi ancora da esplorare e dove il fotogiornalista potrebbe presto trovare nuovi format per raccontare le sue storie usando le fotografie, l'audio e il video.
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