Fotografia e dintorni
A tu per tu con un fotografo davvero speciale. Esploratore dell'immenso universo dell'arte, come lui stesso ama definirsi, Augusto De Luca ha lavorato in campi assai diversi tra loro, dalla scenografia, alla musica, passando per una laurea in giurisprudenza, prima di approdare in tempi recenti alla street art con un progetto trasversale e provocatorio. Ecco cosa ci ha raccontato
di Amedeo Novelli
Poliedrico ma non solo, anche sperimentatore d'avanguardia, anche adesso con l'operazione “graffiti hunter”. Come definiresti il tuo percorso professionale?
Dio mi ha donato diversi carismi, quasi tutti legati all'arte. Iho molte anime che vengono fuori a mesi o anni alterni. Sono fotografo, performer, avvocato, collezionista, musicista. Tutto questo fa parte di me, non elimino niente, semplicemente permetto alle mie diverse anime di alternarsi periodicamente nella mia vita. Mi sento navigatore, o meglio, esploratore dell'immenso universo dell'arte. L'artista è uno scopritore, cerca le chiavi per aprire la porta delle emozioni e delle sensazioni. L' arte è il luogo dove razionalità, fantasia, verità e finzione si sposano creando una miscela esplosiva. Definirei il mio percorso professionale Un campo minato, ad ogni passo un'esplosione.
Tornando indietro nel tempo, come è nata la tua passione per la fotografia e in che modo ti sei affacciato nel mondo professionale?
Ho cominciato a fotografare per “acchiappare” le ragazze fuori dalla scuola. Con la scusa di fotografarle le conoscevo. Era la metà degli anni 70. Quasi subito, però, cominciai a realizzare immagini mie. Erano fotografie che avevano una forte componente surreale. Immagini diverse dalle solite , erano a colori, molto "americane". A Napoli in quel periodo si vedeva solo il bianco e nero rivolto al sociale. Un amico inserito nell’entourage artistico mi consigliò di fare una mostra, io studiavo giurisprudenza ed ero completamente a digiuno d’arte.
Nel ‘78 feci la mia prima personale senza sapere niente di niente. Fu lì che incontrai Peppe Alario, il direttore della Kodak nel sud Italia, che mi abbracciò e mi disse: “Augusto, tu hai dato un colpo di spugna al provincialismo napoletano”. Intendeva questo mio passaggio dal bianco e nero sociale utilizzato da tutti, all'inconsueto colore. Conobbi quasi subito Lanfranco Colombo, direttore della Galleria Diaframma e del SICOF. Feci una mostra a Milano, fui molto apprezzato e li cominciarono le mie pubblicazioni e i miei lavori. Poi mi consigliarono di mostrare le foto al noto gallerista napoletano Lucio Amelio, scomparso qualche anno fa. Con lui partecipai a due grandi rassegne d'arte e in quel periodo conobbi proprio nella sua galleria Warhol, Rauschenberg, Beuys, Keith Haring e altri mostri sacri che sicuramente hanno segnato il mio percorso artistico.
Io mi davo da fare moltissimo, al punto che Alberto Piovani su Gente Viaggi scrisse: “Tutto questo non è certamente frutto del caso, ma di un accorto, abile management individuale, giocato a ritmo serrato, con una grinta ed un tempismo scarsamente partenopei”. Roberta Valtorta su Progresso Fotografico: "Il fenomeno Augusto De Luca : non c'è galleria che non abbia esposto le sue foto o rivista che non le abbia pubblicate... con i vantaggi e gli svantaggi del caso".
In effetti, riuscivo a programmare tre, quattro mostre ogni mese in Italia e all’estero. Anche ad Arles in Francia, agli Incontri Internazionali di Fotografia, conobbi diverse personalità che si sono rivelate utili nel corso della carriera. Ad ogni mostra chiedevo per me circa 500 inviti che inviavo sempre alle stesse persone. In pratica galleristi, riviste, critici e fotografi ricevevano puntualmente questi quattro o cinque inviti al mese . Era una forma di bombardamento che avevo imparato da Guglielmo Achille Cavellini, un grande artista e collezionista bresciano che portava avanti il suo processo di “auto-storicizzazione” attraverso la posta, inviando francobolli e stickers con la sua effige a tutti in tutto il mondo. Sempre ad Arles, nel 1982, portai con me un centinaio di manifesti realizzati per una mia mostra allo Studio Trisorio di Napoli e di notte li attaccai in giro per tutto il paese. La mattina Arles era impazzita, nessuno sapeva di cosa si trattasse, e tutti cercavano la mia mostra che di fatto non c’era. Già allora, non mi comportavo solo da fotografo: in qualche modo veniva fuori il De Luca “performer”.

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