Maurizio Rebuzzini
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Abbiamo incontrato Maurizio e Filippo Rebuzzini nella redazione milanese di Fotographia, storica rivista mensile di settore. Un luogo denso di ricordi e di oggetti legati alla fotografia, una sorta di biblioteca di Babele del sapere fotografico del novecento ma con un occhio pronto ad aprirsi sul futuro: Fotographia online
di Cristiano Morati
Giornalista, critico, fotografo, insegnante e scrittore: sei la fotografia a tutto tondo?
Io non sono un eclettico in realtà, piuttosto lo è la fotografia intesa come forma di espressione nelle sue diverse sfaccettature ed essendo essa il mio interesse unico o quasi, attraverso la fotografia ho potuto fare molte cose. Mi occupo di fotografia in generale, in primis come giornalista di settore, poi nella mia vita ho fatto il fotografo di still life e di posa e infine sono diventato anche docente universitario per una serie di eventi e poi per sapienza.
Ma volevo ritornare sulla definizione di critico, un ruolo che non amo. In Italia è una professione curiosa che richiede una dose di malizia superiore al comportamento civile a mio parere, io invece vorrei comportarmi civilmente, ci provo per lo meno, e quindi non ci tengo alla definizione di critico. Nell’occuparmi di fotografia più che altro faccio introduzioni, in massima parte a libri, e se la critica è principalmente enfatizzare per professione i possibili aspetti negativi di un lavoro è cosa troppo facile da fare, che non mi interessa.
Invece che aprire mente e cuore, ruolo di professori e critici, ci si occupa spesso di stereotipi e si tende a essere troppo specializzati, settorializzati, mentre la fotografia è un panorama che si estende in molteplici forme, dalla pubblicità al documentario, dalla moda al reportage.
Manca la volontà di essere di trasversali e di capire l’altro, a me potrebbe interessare solo il reale e il reportage in verità, ma devo conoscere anche le altre forme, la fotografia di ricerca, quella creativa, arbitraria che ha tutto il diritto di esistere, in questo senso fare il docente obbliga ad una certa forma di libertà intellettuale.
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