Le interviste di FotoUp

Mathare United

Le immagini inedite del Mathare United, molto di più che una semplice squadra di calcio, sono il punto di partenza di questa intervista ad Alberto Novelli. Reportage, aneddoti, ma anche considerazioni a tutto campo sul mondo della fotografia

 

  

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Incontriamo Alberto a Milano, cioè “fuori casa”, lontano dalla sua Roma. Abbiamo ricevuto le foto del servizio sul Mathare United da qualche giorno e oggi dobbiamo sceglierle e parlarne insieme. Bastano poche battute e qualche minuto per capire che Alberto è uno dei pochi fortunati che è riuscito a trasformare la sua passione più grande in una professione.

 

Che ci facevi in Kenya in un campo di calcio alla periferia di Nairobi nel 2001?

È una storia lunga, che parte da lontano e che, come molte cose nella vita, nasce anche un po' per caso. La mia collaborazione con AMREF, che è poi la chiave di molte, ma non di tutte, le mie esperienze africane, si è infatti sviluppata più per coincidenze che per altri motivi. Attraverso un amico e sulla base di affinità personali con la causa, gli obiettivi e l'operato di AMREF, piuttosto che per ragioni professionali, ho iniziato a collaborare. Poi, nel tempo le cose sono progredite anche professionalmente, prendendo forma attraverso una serie di progetti e reportage che mi hanno portato a scattare in Sudan, in Kenya e in Uganda. Comunque nel 2001, anno del servizio sul Mathare United, ero al seguito di AMREF per documentare un lavoro sugli Street Children basato sull'apertura di una comunità dotata di un centro di accoglienza per il ricovero diurno. Mentre realizzavo le foto per il calendario dell'organizzazione, osservando le attività extra didattiche già portate avanti dal centro, sono venuto a conoscenza dell'incredibile storia di questa squadra di calcio, decidendo subito di fotografarla.

 

  

 

Ci puoi spiegare che cos'è il Mathare United e perché ha attirato la tua attenzione “fotografica”?

Sostanzialmente mi ha affascinato sia il lato romantico dell'epopea sportiva di questa squadra, sia il progetto che rappresenta. Un progetto sociale che fa dello sport un elemento su cui far leva per dare un futuro migliore ai ragazzi della metropoli africana. Dietro al Mathare United, c'è infatti il lavoro instancabile del MYSA. Un lavoro teso al recupero dei cosiddetti Street Children attraverso lo sport, inteso come regola di vita, valori ed educazione e non solo come evento agonistico e atletico. Il bello di questa storia poi, è che c'è anche un lieto fine, cosa rara a queste latitudini. Lo stesso anno in cui li ho fotografati i “dilettanti del professionismo” africano del pallone hanno messo le basi per le vittoria del campionato kenyano che sarebbe arrivata di li a poco. Un gruppo di ragazzi che si allena in un campo fuori dallo stadio di Nairobi in mezzo alla savana, che gira con un unico furgone tutto scassato, che non ha altra divisa che quella per le gare ufficiali e che ha per stadio il campo del dopo lavoro della più importante fabbrica di birra nazionale. Come potevo non raccontare una storia così, io che vengo dal Paese dove il pallone è una religione con ministri miliardari?

 

  

 

Per questo servizio abbiamo scelto dodici scatti, tra ritratti e immagini degli allenamenti. Puoi dirci cosa si cela dietro questa scelta?

Detto che questo servizio è stato organizzato “al volo”, ossia senza una particolare pianificazione e cogliendo l'opportunità così come si era presentata, ho scelto di raccontare il background del Mathare United a partire dalle riprese di una giornata di allenamento tipo.

 

Tecnicamente, hai scelto pellicola e 6x6. Perché?

Ho usato una ricetta classica del reportage. Hasselblad con ottiche 60, 100 e 150mm e pellicola Kodak Tri-X. Il digitale allora praticamente non esisteva…In particolare contavo sulla grana di questa pellicola, praticamente perfetta per rendere sia l'intensità degli sguardi, sia le scene di gioco e allenamento. Per il resto ho lavorato soprattutto sulla composizione delle inquadrature, scegliendo spesso angoli dal basso. Con macchine a pozzetto viene naturale. I cieli africani e i calciatori del Mathare hanno fatto il resto.

 

  

 

Un approccio diverso da quello che hai usato per la foto pubblicata dal Corriere della sera nel febbraio 2003, per l'apertura del primo servizio dedicato al tragico fenomeno dei “pendolari della notte”. Puoi raccontarci qualcosa di quella foto e di quell'esperienza?

Mi trovavo a Gulu, in Uganda. Un posto che conosco bene per averlo fotografato più volte, prima e dopo l'epidemia di Ebola scoppiata negli ultimi anni. Stavo documentando la situazione in questa regione controllata dal Lord Resistance Army (LRA), il movimento guerrigliero che si oppone al governo centrale, al seguito di un progetto di Luca Zingaretti per AMREF. La mia attenzione fu attratta da quello che ora è un fenomeno purtroppo conosciuto, ma che all'epoca rappresentava una novità. Parlo dei “pendolari della notte”. Un vero e proprio esercito di bambini disperati che ogni giorno al calar delle tenebre si mettono in marcia dalle zone rurali verso la città, Gulu, in cerca di un rifugio dalle scorrerie dei guerriglieri a caccia di nuove reclute-bambino per il loro esercito. Storie di violenza terribile. Storia di una marcia silenziosa quotidiana e straziante di bambini privati davvero di tutto.

Ebbene, in quel caso sapendo che la redazione era intenzionata ad uscire con un articolo su questo tema, tenendo conto dei problemi di invio delle immagini, ho deciso di lasciare da parte le mie reflex o il medio formato e di puntare tutto su una macchina compatta che mi ero portato dietro come “ultima spiaggia”. Così, con una 2 megapixel Canon, un computer vecchiotto senza Photoshop, sono riuscito a tirarne fuori un bianco e nero “accettabile” del peso di soli 80 KB e soprattutto un'immagine molto fortunata che è stata già pubblicata più volte. Dopo due ore di connessione attraverso un'improbabile rete cellulare la foto è infatti giunta in tempo in redazione.

 

Tu sei un fotografo atipico, nel senso che fai della versatilità un tuo punto di forza, evitando ogni caratterizzazione del tuo lavoro. In più sei anche un vero freelance. Si tratta di scelte precise?

Il mio approccio alla fotografia, professionalmente parlando, è difficile da inquadrare in uno schema preciso perché riflette più la mia persona, le mie passioni, la mia vita. Fotografo da quando avevo sette anni e da allora ho sempre seguito un percorso di vita e professionale del tutto personale. Mi sono interessato a lungo di architettura, di cinema, di reportage e di cronaca. In ogni caso però ho sempre cercato di mettere nelle fotografie tutto me stesso, il mio modo di guardare il mondo per condividerne bellezze e orrori, storie grandi e piccole. Per questo mi sono mosso nel mondo del lavoro seguendo me stesso e lasciandomi portare dalle correnti della vita. Per questo non sono mai stato rappresentato, né mi sono legato a un determinato genere fotografico.

Si tratta di scelte forse un po' controcorrente e certamente non facili, ma che rifarei in toto.

 

  

 

Cosa vuol dire lavorare da fotografo indipendente freelance, oggi in Italia?

Anche se può sembrar strano non è una domanda che dovete fare a me, nel senso che non credo di poter essere un modello di freelance perfetto. Basti pensare che oltre a non essere rappresentato, non ho nemmeno un sito attraverso cui farmi “promozione”. Personalmente, mi baso soprattutto su una rete di conoscenze acquisite negli anni e consolidate sulla base di una serie di collaborazioni già realizzate. In qualche caso propongo servizi, in qualche altro li realizzo su commissione. Difficilmente mi muovo a prescindere da un accordo preciso. Certo è possibile investire tempo e denaro nella realizzazione per esempio di un reportage, sperando che al ritorno interessi a qualche editore, ma in questo modo il rischio d’impresa del fotografo aumenta considerevolmente. Fuori dall'editoria, che è un settore a se stante, ci sono poi i cosiddetti clienti. Con questi, le modalità cambiano completamente e l'importante in questo caso è soprattutto eseguire il lavoro nel rispetto di quanto richiesto. Ciò non significa che non ci sia spazio per la creatività del fotografo, anzi, ma che in ogni caso il lavoro è finalizzato al raggiungimento di un obiettivo estetico e di comunicazione prestabilito dal cliente. Con o senza il preventivo accordo del fotografo.

 

Cosa vuol dire per un fotografo lavorare per l'editoria in Italia?

Anche in questo caso eviterei generalizzazioni e mi limiterei a dire cosa rappresenta nella mia esperienza di fotografo indipendente. In circa vent’anni di attività ho pubblicato servizi su un po' tutti i principali quotidiani e periodici italiani, sia prima che dopo l'avvento dell'era digitale. Tra alti e bassi, la sensazione è che oggi tutto sommato il panorama delle possibilità sia abbastanza ampio, anche se su una serie di fronti il fotografo ha ormai alzato bandiera bianca. Per quanto riguarda il reportage, la nascita degli allegati settimanali ai quotidiani e il boom di certi femminili ha aumentato le possibilità di lavoro, rispetto per esempio al periodo a cavallo tra anni '80 e '90. D'altro canto però lo spazio di manovra e intervento del fotografo nella fase di preparazione del servizio sono ormai quasi sempre nulli. Dettano legge photo editor e redazioni, così come, ahimé, valutazioni di carattere economico e non qualitativo guidano le logiche legate alla scelta editoriale. Una volta consegnati i materiali, il fotografo per le redazioni o diventa una potenziale minaccia o resta un nome scritto sotto al sommario. In questo arretramento di ruolo ci sono però anche degli aspetti positivi per la categoria. Per esempio viene meno il rischio di vedere “distrutto” da mani incompetenti il lavoro fatto per rendere “perfetti” i file TIF di un certo servizio. Oggi, sempre più spesso viene infatti chiesto di consegnare i file RAW, cosa che significa perdere ogni controllo sull'aspetto finale delle fotografie e che ha come unico vantaggio quello di svincolare il fotografo da ogni responsabilità sulla qualità delle immagini.

 

  

 

Oggi hai un rapporto consolidato con il National Geographic per cui fotografi da tempo. Puoi parlarci di questo giornale, del dietro alle quinte per un fotografo?

In effetti lavorare per il National Geographic per un fotografo è un po' diverso che lavorare per un altro giornale. Non è solo una questione di prestigio o di storia, da un punto di vista professionale significa entrare a far parte di una “macchina” editoriale di dimensioni planetarie, ma gestita comunque a livello centrale direttamente dalla sede americana. Per questo motivo, i controlli e la gestione di tutto, dalla scelta delle storie a quella delle immagini per arrivar ai testi, è nelle mani non di una ma di almeno due redazioni, quella italiana e quella internazionale. In questo caso però, il fotografo ha la garanzia di essere nelle mani di quella che è una vera e propria istituzione del fotogiornalismo e del reportage.

 

Cosa conta di più per riuscire a fare il fotografo oggi in campo editoriale?

Anche se può suonare provocatorio ritengo che la fortuna giochi un ruolo centrale. Dico questo perché davvero, oltre che una seria preparazione tecnica, giornalistica, professionale e umana, per fare questo mestiere ci vuole anche una buona dose di fortuna. Quella di trovarsi al posto giusto al momento giusto. Quella di cogliere un attimo o un momento importante. Quella di avere condizioni ambientali tali da garantire immagini “belle” e così via. Va poi considerato che il fotografo s’innesta all'interno di dinamiche, quelle delle redazioni, già particolarmente stressate per esempio da problemi di staff. Questa condizione aumenta ancora di più la percentuale di casualità che incide sui destini delle proposte di lavoro. Per esempio, a me è capitato di vivere esperienze anche frustranti con photo editor per via semplicemente del loro umore. In particolare ricordo un caso in cui le stesse foto che a una prima presentazione erano state duramente criticate, furono poi clamorosamente approvate con “lode” in occasione di una seconda proposta; dal medesimo direttore. Ovviamente, oltre alla fortuna, ci vuole anche pazienza.

 

Parlando di tecnica e attrezzatura puoi dirci quali sono state e quali sono le tue scelte in fatto di macchine?

Come dimostra anche l'episodio della foto fatta in Uganda di cui ho parlato in precedenza, sono convinto che conti sempre molto di più la preparazione e l'istinto del fotografo, piuttosto che i mezzi a sua disposizione. Ciò vale in generale, ma ovviamente entro determinati limiti. Io personalmente ho scoperto la mia passione per la fotografia a 7 anni con una Kodak Instamatic e sono via via passato dalle reflex Olympus alle Contax, per approdare sulle reflex digitali di Canon, sulle Leica e sulle Hasselblad. Utilizzo poi anche una Silvestri, una macchina a cui sono particolarmente legato.

 

Se c'è stato, qual è stato il tuo iter formativo nel campo della fotografia?

Se per iter formativo intendi corsi o scuole, l'iter formativo non c'è stato. Ho fatto il liceo scientifico e ho frequentato architettura fino al terzo anno senza finirla, ma non ho seguito corsi di avviamento professionale o master in fotografia. Quello che so l'ho imparato leggendo a memoria decine di libri (in particolare quelli di Hansel Adams), lavorando da solo o al fianco di colleghi più esperti, affrontando in maniera analitica ogni passaggio della mia evoluzione tecnica in campo fotografico. A scrivere con la luce, ossia a fotografare s’ impara anche e soprattutto attraverso tanta esperienza, caratteristica questa che rende la fotografia un mestiere per certi aspetti vicino all'artigianato.

 

Cosa ci dici a proposito della tua categoria professionale, se così si può chiamare?

Sì, appunto, qui la questione è innanzitutto capire se è opportuno parlare di categoria professionale. La sensazione è che per motivi strutturali e normativi, ma ancor più a causa di un atteggiamento autolesionista degli stessi fotografi, ognuno si muova per suo conto. Fermo restando che il fotografo è un mestiere “soggettivo” per definizione, le esperienze al di fuori del nostro confine dimostrano che esistono forme di associazione che tutelano gli interessi di tutti nel rispetto delle professionalità dei singoli.

 

  

 

Come ti poni rispetto al digitale? Ti schieri tra i suoi fautori o al contrario, trai suoi detrattori?

Né l'una, né l'altra cosa. Non senza le mie preoccupazioni, ho vissuto questa fase con lo stesso atteggiamento che immagino avrei avuto al tempo del passaggio dal bianco e nero al colore. Cerco di valutare il digitale per quello che è, ossia una nuova frontiera dell'evoluzione della tecnica fotografica, al pari dell'invenzione dell'autofocus o del sistema reflex. Non ho pregiudizi ma nemmeno giudizi da dare, anche perché non credo che sia una guerra di religione. Piuttosto considero più utile aprire un dibattito serio su altri temi connessi al digitale come per esempio quelli che riguardano la postproduzione digitale, in una parola Photoshop. Ecco qualcosa di cui discutere veramente. Personalmente sono su posizioni “integraliste”, nel senso che in linea di principio non applico e non condivido interventi al di fuori di quello che era per così dire lecito e fattibile in camera oscura. Cropping o alterazioni dei colori sono una deroga al concetto stesso di fotografia, che significa appunto disegnare con la luce. Credo che la computer graphics apra la porta a un nuovo stadio in cui però finiscono le competenze del fotografo così come le abbiamo concepite fino a oggi e cominciano invece quelle degli artisti digitali, dei grafici e degli esponenti delle arti visuali.

 

Qual è il servizio a cui sei più legato a livello personale?

Non esiste un “numero uno”. Ci sono ricordi più o meno intensi ma tutti di uguale importanza. Dovendo citarne uno però, sceglierei il servizio fatto per ricordare la leggendaria ascesa al monte Kenya compiuta da un gruppo di prigionieri italiani durante la seconda guerra mondiale. Perché è una tappa fondamentale di un percorso di viaggio e umano che dura da più di dieci anni e che mi lega all'amico Giuseppe Cederna. Perché ripercorre un'altra epopea con il sapore romantico dei tempi andati. Perché riguarda da vicino un'altra delle mie passioni, la montagna e l'arrampicata.

 

Ci puoi parlare un po' meglio del rapporto tra te e Giuseppe, due amici ma anche due metà di tanti reportage?

Niente di strano è solo la storia di un incontro umano e di un’amicizia, ancor prima che professionale. All'epoca del primo viaggio in Nepal, siamo partiti senza avere la minima idea su ciò che avremmo fatto. Tutto sommato era soprattutto un viaggio per ragioni personali. Solo al ritorno ho avuto l'idea di proporre un servizio alla redazione dei Viaggi di Repubblica, gruppo L'Espresso, spingendomi più in là delle mie abitudini, proponendo un testo redatto dal mio compagno di viaggio. Da questo sodalizio ho anche tratto ispirazione per la mostra personale “In Himalaya con Giuseppe Cederna” che rappresenta la sintesi di questi dieci anni di viaggi e che in qualche misura ha un corrispettivo “letterario” nel volume “Il grande Viaggio” (Feltrinelli) scritto da Giuseppe partendo proprio dall'esperienze vissute insieme in questi dieci anni.

 

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Archivio      mag 22, 20:13