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Missione natura

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A tu per tu con Michael “Nick” Nichols, uno dei più grandi fotografi del National Geographic che ha dedicato tutta la sua vita, professionale e non, alla difesa degli habitat e degli animali. Un fotografo eccezionale, sotto tutti i punti di vista. Ecco cosa ci ha raccontato


 


Quando sono partito per il Kenya sapevo che avrei incontrato Michael “Nick” Nichols ma non ero affatto certo che sarei riuscito a ottenere un'intervista vera e propria. Anzi, sinceramente ero più concentrato sull'obiettivo minimo, ossia come “recuperare” materiale sufficiente per scrivere qualcosa riguardo al suo ultimo lavoro sugli elefanti, raccontando per parole e immagini il backstage dei quattro giorni che avremmo passato insieme durante l'EOS Safari 2007 organizzato da Canon. Poi un pomeriggio, con 5 minuti di preavviso mi hanno detto che Michael mi stava aspettando nei pressi della piccola piscina del Borana Ranch a Lapikia, sulle pendici del monte Kenya. Onestamente, ci ho messo un po' solo per capire se ero più felice per l'inattesa opportunità o terrorizzato per il fatto di dover intervistare uno dei miei “idoli” senza neanche avere il tempo per riordinare le idee. Per fortuna ho scoperto subito che Nichols è un uomo diverso dal tipico cliché del fotografo superstar a stelle strisce. Aperto, gentile, disponibile ben oltre i classici “10 minuti”, Nichols ci ha dato sempre risposte convincenti e interessanti. Ecco come sono andate le cose.




Mister Avventura. L'Indiana Jones della fotografia. Questi soprannomi, belli o brutti che siano, riassumono bene il modo estremo in cui hai affrontato il tuo lavoro. Le situazioni che hai vissuto per completare molti dei reportage sarebbero insopportabili per la maggioranza dei tuoi colleghi. Ma come fai?

Questo non è mai stato un problema per un semplice motivo. Fin da piccolo mi sono dimostrato insofferente alla vita in città, lontano dalla natura, dagli spazi aperti. Per me poter stare tre mesi in mezzo alla giungla a fotografare una famiglia di scimpanzé, piuttosto che trascorrere alcune settimane dormendo sotto le stelle del Grand Canyon, non è mai stata una fatica, ma una gioia, davvero. Tecnicamente vivo a New York, ma in realtà cerco di passarci il minor tempo possibile, anche adesso che sono più vecchio. Altro discorso è invece sopportare condizioni estreme come quelle a cui probabilmente ti riferivi. Per esempio centinaia di insetti che ti coprono la faccia, che ti entrano in bocca, negli occhi, nelle orecchie, piuttosto che sopportare tassi di umidità prossimi al 100 per cento con temperature di 40 gradi. Tutto questo ovviamente non è un piacere nemmeno per me. Piuttosto, l'ho sempre considerato un prezzo da pagare per il tipo di fotografie che volevo fare. D'altronde, se vuoi esser ragionevolmente certo che il gorilla che stai fotografando non abbia mai visto prima un uomo e tanto meno un fotografo, sei costretto a ricercare angoli di pianeta davvero remoti e difficili da raggiungere. E se t’infili in una giungla di quel tipo, gli insetti sono il minimo che ti puoi aspettare.

Tra le altre cose che ti rendono “unico”, c'è senza dubbio anche l'impegno in difesa dei diritti della natura. Spesso non ti sei limitato a fare delle foto naturalistiche eccezionali, ma hai superato i confini della professione di fotografo. Perché?

Anche in questo caso le cose vanno definite un po' meglio. Io ho soprattutto avuto la fortuna di lavorare con delle persone speciali, come Mike Fay e Jane Goodall per esempio, mettendo loro a disposizione la mia capacità di raccontare storie attraverso le lenti di un obiettivo. In questi casi in particolare, da un punto di vista professionale non ho fatto nulla di speciale. Quello che mi è successo semmai, è che a forza di raccontare storie, un giorno ho scoperto che qualcuna di queste storie mi era entrata sottopelle diventando anche un po' mia. Da quel momento ho sempre cercato di lavorare con l'intenzione di realizzare un servizio capace di arrivare ai cuori dei lettori del National Geographic, sensibilizzandoli, ma anche cercando di fare qualcosa di concreto per proteggere l'ambiente. Non mi sento però un uomo speciale per questo. Sono convinto che chiunque viva 6 mesi a contatto per esempio con gli elefanti, finisca prima o poi per preoccuparsi per il loro futuro al punto di essere indotto a fare qualcosa di concreto per proteggerli non appena se ne presenta l'occasione.

 

 


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