Hai citato gli elefanti. Non mi sembra un caso, dal momento che si tratta del tuo progetto attuale, che dovrebbe vedere la luce sul numero di novembre 2008 del National Geographic? Puoi dirci qualcosa?
Innanzitutto, non è la prima volta che i destini degli elefanti e il mio si incrociano. Inoltre, anche in questo caso i protagonisti veri della storia sono coloro che gli elefanti li proteggono, dedicando la loro stessa vita a questa causa. Da un punto di vista tecnico, invece, ho usato oltre alle “traps”, anche altre soluzioni artigianali per cercare angoli e inquadrature diverse. Come di consueto ho investito molto tempo anche per cercare di essere accettato dagli animali, così da poterli riprendere come se io, essere umano, non mi trovassi lì a pochi metri dal branco. Si tratta di uno dei principi su cui si basa parte del mio lavoro e a cui si deve sostanzialmente l'invenzione e l'uso delle trappole. Mi riferisco al desiderio di riprendere gli animali senza condizionarne il comportamento con la nostra presenza. Piazzare una fotocamera nascosta tra la vegetazione della riva di un lago africano significa scoprire cosa accade veramente nella savana. In qualche misura è un po' come se non fossi più io il fotografo, ma gli animali stessi.
Restando in ambito tecnico, il passaggio dalle pellicole alle schede di memoria, cosa ha significato per uno che le foto è abituato a farle in ambienti a dir poco estremi?
Detto che i miei lavori non fanno testo, poiché per portarli a termine posso contare su grandi risorse economiche messe a disposizione direttamente dal National Geographic, cosa che si traduce per esempio nella possibilità di creare veri e propri campi base dove gestire le problematiche tecniche, il passaggio al digitale in effetti ha un po' cambiato il nostro modo di lavorare. Non solo perché oggi al posto della borsa delle pellicole ne abbiamo una piena di schede di memoria e batterie, ma sopratutto perché ci permette di verificare immediatamente l'esito del nostro lavoro anziché dover aspettare il resoconto di chi a New York aveva il compito di sviluppare e stampare i rullini. Credo che questo sia uno dei vantaggi più grandi che il passaggio al digitale ha portato con se. Sono convinto che ciò valga per me che faccio il fotografo di mestiere così come per gli appassionati e i giovani che si affacciano oggi per la prima volta sul mondo della fotografia. Penso per esempio a mio figlio che ha scelto una strada diversa dalla mia e che ha preso in mano una macchina per la prima volta pochi anni fa, a vent'anni. La possibilità di poter verificare subito l'esito delle proprie scelte tecniche su ogni singolo scatto, contribuisce a velocizzare l'apprendimento e il miglioramento tecnico del fotografo. Da questo punto di vista il digitale è davvero una rivoluzione.

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