Buone notizie, insomma, la rivoluzione digitale non solo non sembra aver alterato la tecnica fotografica classica, ma offre opportunità fino a ieri impensabili per portare alla luce storie altrimenti destinate all'oblio. Parola di Ed Kashi.
Ecco cosa ci ha raccontato
Intervista a cura di Paola Fontana

Ed, credi che Internet e le tecnologie digitali in genere abbiano violato le regole sacre della “vera fotografia”?
E’ indubbio che le tecnologie digitali abbiano radicalmente cambiato il modo in cui io e i gli altri colleghi lavoriamo. Quando scattavo con la mia Leica a pellicola ero solito fare uno o due foto di un soggetto prima di muovermi e passare ad altro seguendo il mio istinto di fotografo. Oggi, con la reflex digitale posso invece riprendere intere sequenze di 10 o 15 scatti, da cui scelgo in seguito quelli più evocativi e potenti. Non da meno, credo che gli sviluppi che le tecnologie digitali portano con sé aprano il campo a una schiera di nuove possibilità di condividere le immagini. Ho cominciato nel 1991 a lavorare, insieme a mia moglie Julie Winkour, su progetti multimediali e posso dire che grazie al digitale è possibile raggiungere platee più ampie e attraverso modalità innovative e stimolanti. Se è vero che il mio lavoro consiste nel raccontare storie e il mio obbiettivo è far si che queste storie raggiungano il maggior numero di persone, non vedo ragioni per opporsi alle tecnologie digitali.
Il tuo ultimo progetto multimediale però ha suscitato più di una critica…

Il mio ultimo progetto multimediale getta le basi in un lavoro commissionato dal National Geographic. L'incarico riguardava la realizzazione di una storia di copertina sul Kurdistan iracheno e rappresentava per me una grande opportunità, quella, cioè, di raggiungere un pubblico di circa 40 milioni di persone in ventisei lingue differenti. Ma questo tipo di incarico ha anche i suoi limiti. Per esempio occorre essere estremamente selettivi: delle migliaia di immagini scattate in Kurdistan ne sono state pubblicate solo 16. Mi spiaceva davvero abbandonare le altre al loro destino e, più le guardavo, più mi rendevo conto di avere una serie di sequenze abbastanza lunghe che raccontavano storie piuttosto simili tra loro, ma in modo molto differente. Così è nata la prima intuizione del Kurdistan Flipbook, il progetto che, per l’appunto, ha suscitato le critiche, e che può ancora essere visto online su MediaStorm.org
Di che si tratta esattamente e cosa sostengono coloro che ti criticano?

Il meccanismo del “flipbook” è quel giochino che fanno i ragazzini a scuola: realizzano disegnini in sequenza sull’orlo di un quaderno e poi ne fanno scorrere i bordi rapidamente tra i polpastrelli, dando l’impressione di immagini in movimento. Io ho fatto più o meno la stessa cosa con le mie fotografie, ho combinato insieme migliaia di scatti effettuati in Kurdistan montandoli in una serie di sequenze molto simili a piccole clip, per un totale di oltre 11 minuti. Sebbene il lavoro in questione abbia l'indubbio merito di mostrare la vita nel Kurdistan iracheno post Saddam così come nessuno lo aveva mai raccontato, la sua pubblicazione ha alzato un vero e proprio polverone di polemiche presso molte community di fotografi, come per esempio Lightstalkers, che si sono chiesti perché Kashi, se desiderava fare il regista, non abbia usato una macchina da ripresa al posto della fotocamera.
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