Le interviste di FotoUp

Reporter nell'era digitale

Story teller. Un termine che può essere tradotto, ma che in inglese ha un fascino tutto suo. Ed Kashi, fotogiornalista di New York che pubblica regolarmente sul National Geographic, sul New York Time Magazine e sul Time, è proprio questo: un narratore di storie. Ma un narratore di storie dell’epoca moderna che, pur rispettando quella che è l’essenza della fotografia, non teme l’apertura verso nuovi mezzi e nuove tecnologie. Non c’è un unico format per raccontare, e non è reato utilizzare e veicolare le immagini in modi differenti da quelli tradizionali, così da raggiungere un più vasto pubblico.

Buone notizie, insomma, la rivoluzione digitale non solo non sembra aver alterato la tecnica fotografica classica, ma offre opportunità fino a ieri impensabili per portare alla luce storie altrimenti destinate all'oblio. Parola di Ed Kashi.

Ecco cosa ci ha raccontato

 

Intervista a cura di Paola Fontana 

 

 

Ed_Kashi_Interview
 

 

 

Ed, credi che Internet e le tecnologie digitali in genere abbiano violato le regole sacre della “vera fotografia”?

 

E’ indubbio che le tecnologie digitali abbiano radicalmente cambiato il modo in cui io e i gli altri colleghi lavoriamo. Quando scattavo con la mia Leica a pellicola ero solito fare uno o due foto di un soggetto prima di muovermi e passare ad altro seguendo il mio istinto di fotografo. Oggi, con la reflex digitale posso invece riprendere intere sequenze di 10 o 15 scatti, da cui scelgo in seguito quelli più evocativi e potenti. Non da meno, credo che gli sviluppi che le tecnologie digitali portano con sé aprano il campo a una schiera di nuove possibilità di condividere le immagini. Ho cominciato nel 1991 a lavorare, insieme a mia moglie Julie Winkour, su progetti multimediali e posso dire che grazie al digitale è possibile raggiungere platee più ampie e attraverso modalità innovative e stimolanti. Se è vero che il mio lavoro consiste nel raccontare storie e il mio obbiettivo è far si che queste storie raggiungano il maggior numero di persone, non vedo ragioni per opporsi alle tecnologie digitali.

 


 

Il tuo ultimo progetto multimediale però ha suscitato più di una critica…

 

Ed_Kashi_InterviewIl mio ultimo progetto multimediale getta le basi in un lavoro commissionato dal National Geographic. L'incarico riguardava la realizzazione di una storia di copertina sul Kurdistan iracheno e rappresentava per me una grande opportunità, quella, cioè, di raggiungere un pubblico di circa 40 milioni di persone in ventisei lingue differenti. Ma questo tipo di incarico ha anche i suoi limiti. Per esempio occorre essere estremamente selettivi: delle migliaia di immagini scattate in Kurdistan ne sono state pubblicate solo 16. Mi spiaceva davvero abbandonare le altre al loro destino e, più le guardavo, più mi rendevo conto di avere una serie di sequenze abbastanza lunghe che raccontavano storie piuttosto simili tra loro, ma in modo molto differente. Così è nata la prima intuizione del Kurdistan Flipbook, il progetto che, per l’appunto, ha suscitato le critiche, e che può ancora essere visto online su MediaStorm.org

 


 

Di che si tratta esattamente e cosa sostengono coloro che ti criticano?

 

Ed_Kashi_InterviewIl meccanismo del “flipbook” è quel giochino che fanno i ragazzini a scuola: realizzano disegnini in sequenza sull’orlo di un quaderno e poi ne fanno scorrere i bordi rapidamente tra i polpastrelli, dando l’impressione di immagini in movimento. Io ho fatto più o meno la stessa cosa con le mie fotografie, ho combinato insieme migliaia di scatti effettuati in Kurdistan montandoli in una serie di sequenze molto simili a piccole clip, per un totale di oltre 11 minuti. Sebbene il lavoro in questione abbia l'indubbio merito di mostrare la vita nel Kurdistan iracheno post Saddam così come nessuno lo aveva mai raccontato, la sua pubblicazione ha alzato un vero e proprio polverone di polemiche presso molte community di fotografi, come per esempio Lightstalkers, che si sono chiesti perché Kashi, se desiderava fare il regista, non abbia usato una macchina da ripresa al posto della fotocamera.

 


 

E quale è stata la tua risposta a queste critiche?

 

Il mio primo obbiettivo è raccontare le storie che ritengo importanti usando il linguaggio visuale della fotografia. Quello che però sto imparando è che i modi per raggiungere questo scopo sono molteplici, in continua espansione verso nuove forme di comunicazione che non potevo nemmeno immaginare fino a soli 5 anni fa. E fino a quando questi nuovi progetti di comunicazione attireranno l'attenzione di media ed editori, consentendomi di raggiungere così un più ampio numero di persone, continuerò a esplorare nuove strade perché questo mi permette di continuare a fare ciò che amo di più, ossia raccontare storie sociali e politiche. Ed è per questo che ritengo la multimedialità un elemento centrale. Essa permette di raccontare le storie in un modo nuovo, più potente, su nuovi media e verso nuove audience. Obiettivo pienamente centrato, dal momento che già solo nella prima settimana di pubblicazione online, il progetto ha avuto centinaia di migliaia di visitatori.

Al contrario, non ho mai detto -né pensato- di ritenere il Kurdistan Flipbook il futuro della fotografia.

 


 

Però, la comunicazione multimediale sembra non rispettare i canoni della fotografia in senso tradizionale, che richiederebbero appunto la ricerca dell'immagine capace di fermare e rappresentare il momento decisivo di un fatto, di una storia…

 

Ed_Kashi_InterviewNon sono d’accordo. La fotografia rimane la base di qualsiasi cosa io faccia, perché è -e resterà- una delle forme di comunicazione più potenti a nostra disposizione. La fotografia ha una forza emotiva tale da poter coinvolgere le persone in modo più profondo di qualsiasi altro media, ma questo non preclude affatto la possibilità di poter usare e mostrare le immagini anche in modi differenti. Chi ha detto che le foto debbano essere mostrate sempre e soltanto stampate o all'interno di una mostra? Non esiste un solo modo per presentare delle immagini e in questo senso il Kurdistan Flipbook non è altro che una tecnica differente, reso possibile dalle tecnologie digitali, così come il Web non è altro che un altro media per far conoscere le storie che vogliamo raccontare quando effettuiamo un reportage.

 


 

Dunque, l'era digitale permette modi nuovi per fare e distribuire le immagini, ma non incide sull'essenza della fotografia?

 

Io resto un fotografo e un narratore di storie. Sono le tecnologie che usiamo che sono cambiate e che continueranno a cambiare. Ma questo non è un pericolo, bensì un'opportunità, specie considerando la crisi della stampa tradizionale e la conseguente diminuzione degli spazi a nostra disposizione. Per questo sono convinto che abbiamo bisogno di nuovi media, di nuove forme di comunicazione capaci di permettere alle storie che raccontiamo di emergere, di raggiungere nuovi lettori. Quello che mi guida nel mio lavoro, ciò che mi spinge a raccontare e documentare sempre nuove storie, ciò che mi rende un reporter e un fotografo, queste sono le uniche cose che non cambieranno mai.

 

 

Ed_Kashi_Interview


 

 

Pillole”

Nato a New York nel 1957, Ed Kashi si è laureato in fotogiornalismo presso la Syracuse University nel 1979 e da allora ha raccontato storie da oltre 60 Paesi.

Nel 1994 è stato il primo a documentare la storia del popolo kurdo con il libro “When the Borders Bleed” realizzato in collaborazione con il giornalista inglese Christopher Hitchens.


 

La borsa del fotografo”

Canon EOS-1D Mark II (x2)

Canon EOS 20D

Canon EF 24-105mm f/4L IS USM

Canon EF 16-35mm f/2.8L II USM

Canon Speedlite 540EX (x2)

Lexar CompactFlash Memory Cards (20GB)

MacBook Pro

Wiebetech 160GB external hard drive

 

 

 


Archivio      dic 14, 02:07