di Paola Fontana
Universalmente conosciuto come “il fotografo delle Polaroid”, Maurizio Galimberti da tempo non si considera un fotografo, laddove fotografo è colui che documenta e riproduce la realtà così come gli passa sotto gli occhi. Gli piace definirsi “pittore”, uno che utilizza la fotografia per esprimersi, per raccontare delle emozioni, permettendo che le immagini lascino sempre una porta socchiusa all’immaginazione di chi ne usufruisce. Per fare questo, scoperta la Polaroid, non l’ha più abbandonata e la ritiene un mezzo formidabile di libertà creativa. La Polaroid accompagna Galimberti lungo tutto il suo percorso evolutivo, che parte dalla singola immagine per arrivare al Mosaico Fotografico, prima di persone e poi di edifici e di architetture particolarmente simbolici di diverse città europee. Un artista in costante evoluzione, insomma, che ci lascia però un po’ perplessi davanti a un rigido rifiuto del digitale. Ecco allora che la prima domanda parte proprio da questo tema…

Maurizio, dici di non amare il digitale, tuttavia, non trovi delle analogie tra questo nuovo mezzo e la Polaroid? Dal momento che in entrambe i casi è possibile “manipolare” l’immagine, è così sbagliato pensare che il digitale rappresenti in un certo senso la versione moderna della Polaroid?
Io non amo il digitale perchè è piatto e uniforme, non è un mezzo, è un qualcosa che ti prende la mano e ti conduce dove vuole. Di analogie non ce ne sono poi così tante. Con la Polaroid si “manipola”, ma solo manualmente, mai con il computer. Da quando si scatta a quando l’immagine si solidifica passano circa due minuti e in quel breve lasso di tempo, facendo pressione con dei bastoncini di legno o con delle punte, si possono ottenere risultati incredibili. Nel caso della foto digitale, invece, si è di fronte a un processo, tutto svolto al PC, che dovrebbe portare alla “rielaborazione perfetta”, laddove non solo si è sempre portati ad “aggiungere”, ma ci si trova anche davanti a cento, mille possibilità di risultati diversi.

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