Il fotografo delle Polaroid
di Paola Fontana
Universalmente conosciuto come “il fotografo delle Polaroid”, Maurizio Galimberti da tempo non si considera un fotografo, laddove fotografo è colui che documenta e riproduce la realtà così come gli passa sotto gli occhi. Gli piace definirsi “pittore”, uno che utilizza la fotografia per esprimersi, per raccontare delle emozioni, permettendo che le immagini lascino sempre una porta socchiusa all’immaginazione di chi ne usufruisce. Per fare questo, scoperta la Polaroid, non l’ha più abbandonata e la ritiene un mezzo formidabile di libertà creativa. La Polaroid accompagna Galimberti lungo tutto il suo percorso evolutivo, che parte dalla singola immagine per arrivare al Mosaico Fotografico, prima di persone e poi di edifici e di architetture particolarmente simbolici di diverse città europee. Un artista in costante evoluzione, insomma, che ci lascia però un po’ perplessi davanti a un rigido rifiuto del digitale. Ecco allora che la prima domanda parte proprio da questo tema…

Maurizio, dici di non amare il digitale, tuttavia, non trovi delle analogie tra questo nuovo mezzo e la Polaroid? Dal momento che in entrambe i casi è possibile “manipolare” l’immagine, è così sbagliato pensare che il digitale rappresenti in un certo senso la versione moderna della Polaroid?
Io non amo il digitale perchè è piatto e uniforme, non è un mezzo, è un qualcosa che ti prende la mano e ti conduce dove vuole. Di analogie non ce ne sono poi così tante. Con la Polaroid si “manipola”, ma solo manualmente, mai con il computer. Da quando si scatta a quando l’immagine si solidifica passano circa due minuti e in quel breve lasso di tempo, facendo pressione con dei bastoncini di legno o con delle punte, si possono ottenere risultati incredibili. Nel caso della foto digitale, invece, si è di fronte a un processo, tutto svolto al PC, che dovrebbe portare alla “rielaborazione perfetta”, laddove non solo si è sempre portati ad “aggiungere”, ma ci si trova anche davanti a cento, mille possibilità di risultati diversi.

Va bene, parliamo di te. Quali sono stati i tuoi esordi, da dove nasce la passione per la Polaroid e l’intuizione delle sue possibilità espressive?
La fotografia nasce come passione e diventa un lavoro nel ’91. L’uso della Polaroid deriva da un bisogno quasi fisico, e se vuoi un po’ infantile, di vedere subito il risultato, senza dover aspettare i tempi della camera oscura.
Ho iniziato con una Widelux, una macchina panoramica che permetteva di realizzare delle immagini molto vicine ai lavori dei futuristi, saltando di pari passo le reflex tradizionali. Ho capito subito che non mi interessava riprodurre la realtà davanti ai miei occhi su un negativo quanto piuttosto utilizzare un mezzo che facesse già da filtro. Un mezzo che di per sé re-interpretasse il reale. Poi mi sono accorto che era proprio la Polaroid a consentire di “giocare” al meglio con le avanguardie storiche che da sempre mi appassionano, il gruppo del Bauhaus, i futuristi, il dadaista Marcel Duchamp.

Citi Bauhaus, futuristi, e dadaisti: che commistione c’è tra queste correnti artistiche e la tua fotografia?
Gli autori contemporanei hanno tutti una sorta di ossessione di fare qualcosa di nuovo. Difficilmente si fermano per confrontarsi con quello che è già stato fatto. In realtà io penso che non ci sia più nulla di nuovo da inventare. Come diceva Calvino nelle “Elezioni americane”, il segreto sta nella capacità di “leggere” quello che è già stato realizzato, ma con i propri strumenti e la propria contemporaneità. Ovvero nella capacità di ri-inventare. In questo senso, conoscenza e cultura sono indissolubilmente legate a ogni processo creativo. Il salto da fotografo ad “artista” avviene infatti sempre e solo attraverso la contaminazione con il mondo dell’arte, con la conoscenza della storia dell’arte, delle avanguardie, a cui fare riferimento, ma con un proprio progetto.
Il mosaico fotografico, ad esempio, non l’ho certo inventato io, ha le sue radici nel movimento della Bauhaus. La mia “invenzione” al limite è stata quella del mosaico-ritratto, una tecnica che, grazie all’utilizzo di una scatola che si chiama “collector” opportunamente aggiunta alla Polaroid, permette di ottenere immagini a grandezza naturale di ciò che si fotografa. Mi appoggio sul volto della persona e scatto varie immagini e poi ricompongo il mosaico che, esattamente come un quadro, diventa un pezzo unico e non riproducibile.
Tra le tante suggestioni, non solo quelle che provengono dal mondo dell’arte, ma anche da quello letterario e cinematografico: Wim Wenders, ad esempio, mi ha influenzato molto da un punto di vista delle immagini. E infine, non dimentichiamo la strada mostrata dai grandi della fotografia come Franco Fontana, Mario Giacomelli, Gianni Berengo Gardin, e Robert Frank.

Quale la differenza nell’utilizzo di una Polaroid rispetto a una normale macchina fotografica? Quali i limiti?
Alla base di ogni foto c’è sempre uno stato d’animo, una situazione mentale o spirituale che determina un tipo di lavoro piuttosto che un altro. In questo senso il mezzo è indifferente, Polaroid, reflex o quant’altro, non c’è differenza riguardo la libertà creativa. Poi ognuno si sceglie il mezzo che ritiene più congeniale. Io ho scelto la Polaroid perché ha densità tutta particolare, e permette di fare scatti con colori straordinari.
Limiti? Non ne vedo molti. Se vuoi avere un grandangolo fai un passo indietro, se vuoi avere un tele fai un passo in avanti e se non puoi fare né un passo avanti né uno indietro vuol dire che per quella foto non era destino. Il quotidiano offre ai nostri occhi miliardi di foto, se qualcuna per un fatto tecnico non si può fare, pazienza.

In quali momenti può essere suddivisa la tua evoluzione artistica?
All’inizio scattavo Polaroid “singole”, e ci sono voluti quasi 8 anni prima che approdassi al Mosaico Fotografico. Dalle piccole composizioni di 2 o 3 foto, sul finire degli anni ’80 sono nati i ritratti. Oggi, i ritratti che ho eseguito nel mondo dell’arte, della moda, della cultura, e dello spettacolo (ndr: Catherine Zeta Jones e George Clooney sono alcuni tra i personaggi famosi che ha “scomposto”) sono tutti caratterizzati dallo stesso format: scatto in sequenza dall’alto in basso e da sinistra a destra e metto poi insieme tutte le tessere, nello stesso ordine. In anni recenti, ho adottato la stessa tecnica per affrontare temi nuovi che privilegiano le architetture piuttosto che le persone. E’ il caso di “Metacittafisica”, una collezione di vedute di edifici di diverse città europee, di “Napoli istantanea”, o di “A Journey to Italy - Viaggio in Italia”, che propone un reportage attraverso il nostro paese. Quest’ultimo, insieme al Mosaico della Vucciria (il mercato di Palermo) è uno tra i miei lavori preferiti

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