Intervista a Francesco Cito
Classe 1949, da sempre freelance per scelta. Francesco Cito è uno tra i migliori fotoreporter italiani e ha alle spalle una storia che, di per sé, potrebbe costituire il tessuto narrativo di un romanzo. Con la volontà di essere testimone dal vivo dei fatti che hanno costituito la Storia contemporanea, ha seguito le vicende dell’Afghanistan nel 1980 e ’89, quelle del Libano, della Palestina e della Guerra del Golfo. Oggi, però, sembra un po’ amareggiato nei confronti del mestiere che ha amato, e ama ancora molto. Proprio da questo argomento incomincia la nostra intervista
Francesco, da dove viene questo pessimismo cosmico nei confronti del fotoreporter oggi?
E’ vero, ho una sfiducia progressiva verso questo mestiere, attualmente non vedo uno sviluppo. Ormai è un lavoro sul viale del tramonto, basti guardare quello che pubblicano i settimanali. Si, in effetti, credo che il problema consista nel fatto che è cambiata l’editoria. Da un lato, certe storie ai giornali non interessano più, addirittura, certe tematiche danno fastidio. Dall’altro, qualora anche ci sia interesse, non hanno intenzione di investire sugli inviati, dal momento che per loro vanno altrettanto bene le foto d’agenzia. In un certo senso, è proprio cambiato il modo di percepire il giornalismo, non solo il fotogiornalismo e non mi sembra che ci sia una soluzione a questo stato di cose. Si dice che l’editoria potrebbe spostarsi sull’online, ma neppure Internet, a mio parere, rappresenta una soluzione. Cioè, mi sembra che l’online crei un pubblico di addetti ai lavori o una ristretta cerchia di appassionati. Ma a questo punto non stiamo più parlando di giornalismo nel senso esteso del termine. Il problema è sempre lo stesso: manca il committente. Non commissiona più niente nessuno. Se non hai chi ti sovvenziona non sei neppure in grado di produrre. Un tempo potevi anche produrre autonomamente, poi però avevi la certezza che c’erano almeno 10 testate disposte a pubblicarti se il reportage eseguito era valido. Oggi non è più così. Io continuo a fare quello che posso fare, non quello che vorrei raccontare e realizzare. Un esempio? Sto portando avanti da tempo un progetto sulla Sardegna - un lavoro etnografico sulla vita quotidiana e le feste popolari che non tocca il tema della guerra o il sociale - e nonostante tutto trovo difficoltà a pubblicarlo.

L’editoria è cambiata, è vero. Ma non pensi che ci sia anche meno interesse da parte dei fruitori di un bel reportage fotografico, cioè dei lettori?
E’ un po’ il discorso del cane che si morde la coda. Perché qualcuno dovrebbe comprare un settimanale se poi questo non pubblica nulla di interessante? Quando hanno chiuso Epoca, il giornale andava benissimo nelle vendite, mancava solo la pubblicità, e non c’è lettore che non lo rimpianga. Quindi, l’interesse nei confronti del fotoreportage e della fotografia in generale non è propriamente morto. Come dimostra anche il prolificare di mostre fotografiche e il successo di alcuni siti Internet a tema.

E’ vero che i giovani hanno meno da raccontare? Non trovi che ci sia una ricorrenza di temi abbastanza monotona?
In parte si, ma credo anche che il fenomeno sia legato alle nuove tecnologie. Nella mia esperienza, la maggior parte dei giovani fotografi è interessato principalmente dal numero dei pixel. Si sta perdendo la visione di cosa sia la fotografia e, sempre più spesso, dietro a una foto manca l’idea. Se fai una critica a un giovane la risposta è quasi sempre la stessa: “tanto poi la correggo con Photoshop”. Dare il merito dei risultati alla macchina e all’elaborazione è sbagliato. Il digitale è solo un mezzo e di sicuro apporta dei vantaggi tecnici, il problema è chi sta dietro al mezzo. Io non concepisco i fotografi che scattano e immediatamente guardano il display per vedere se lo scatto è venuto bene, perdendo così la sintonia con il soggetto. Un attimo che ti fa perdere la coscienza e la capacita di guardare cosa ti succede intorno. Con questo non intendo dire che il digitale non sia valido. Esso è un processo evolutivo come lo è stato la reflex 35mm che ha sostituito la vecchia macchina a telemetro che, a sua volta ha sostituito le macchine dei pionieri. Si tratta di una evoluzione, che bisogna saper gestire. Il problema, lo ripeto, è che non c’è più l’idea né lo spirito giornalistico, così tutti a fotografare periferie moderne e skyline.

E tu come ti poni nei confronti del digitale?
Attualmente, ma per mie esigenze personali io continuo a fotografare in analogico, anche perché prediligo il bianco e nero, e la pellicola è ancora insuperata. Scatto in digitale quando le esigenze lo richiedono, o quando è strettamente necessario.
Ti ritieni aperto alla sperimentazione?
Posso anche essere aperto a certe sperimentazioni, ma da un punto di vista mio personale sono un “talebano”. Ho impiegato una vita a mettere a fuoco le foto con le parallasse corrette, oggi mi ritrovo in un contesto in cui si fanno foto “di ricerca” sfuocate e sbilenche, tutte inclinate. Può essere “ricerca” in un caso o due, ma temo che incominci a essere un vezzo di troppi, e così la foto storta diventa un discorso di moda. Meglio le immagini “pulite”, come quelle dei fotografi della mia generazione e antecedenti. Guardare una foto di Eugene Smith, di Don Mc Cullin, di Romano Cagnoni, o di Cartier Bresson, - anche se quest'ultimo non è il mio favorito - non mi stanca mai. Oggi è tutto così costruito e fatto per un uso consumistico. Immagini destinate a non restare nella memoria.

Ci fai un riassunto della tua storia fotografica?
Come no! Mi sono appassionato alla fotografia fin da ragazzo, quando leggevo Epoca e sognavo di emulare Walter Bonatti. Nel 1972 decido che è ora di fare qualcosa e mi trasferisco a Londra con l’intento di frequentare i corsi di fotografia presso il Royal Art College. Mi ci vuole poco a capire che la scuola è troppo cara -too expensive- per le mie possibilità.
Per sopravvivere nella Londra dei favolosi anni 70 svolgo svariati mestieri, dal lavapiatti al facchino ai Magazzini Harrod's, per poi lavorare al Ronnie Scott's, tempio del jazz. Il mio sogno diventa quello di pubblicare sul Sunday Times Magazine, come da piccolo era stato di pubblicare su Epoca, sogno che si avvera da lì a breve con il primo "assignment " per un reportage sul contrabbando di sigarette a Napoli e poi con la pubblicazione del reportage “La mattanza”, che comporta la mia prima copertina. Nel 1980, dopo l'invasione sovietica, sono uno dei primi fotoreporter a raggiungere clandestinamente l'Afghanistan occupato, percorrendo a piedi oltre 1200 Km nei tre mesi al seguito di vari gruppi di guerriglieri Mujahiddin. Tra la fine del 1982 e l'inizio dell’83 realizzo a Napoli un reportage sulla camorra che verrà pubblicato in tutto il mondo, dal settimanale Epoca, al tedesco Stern, e da Life. Nel 1983 sono in Libano come inviato di Epoca, e l’anno dopo inizio il lavoro sulla Palestina e sulle condizioni del popolo palestinese all'interno dei territori occupati della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Lavoro che ancora oggi non considero finito.
Nel 1989 sono di nuovo in Afghanistan per raccontare la ritirata sovietica, e nel 1990-91 in Arabia Saudita durante lo sbarco dei Marines USA dopo l'invasione dell'Irak in Kuwait, fino al termine del conflitto Desert storm.

Sembra quasi che tu sia sempre stato attratto verso i luoghi “caldi”…
Difficile dire. Forse si tratta di un modo per confrontarsi con se stessi. Nelle situazioni estreme devi confrontarti prima di tutto con te stesso, e quindi capisci se hai delle capacità o meno, perché non hai possibilità di replica, o di smentita. Non puoi sbagliare.
Eppoi la curiosità, il motivo primo che mi porta a muovermi per capire le cose e i fatti stando sul posto, guardando con i miei occhi e parlando con la gente. E ancora, il pensiero e la speranza di riuscire a smuovere la coscienza di qualcuno attraverso le foto realizzate che raccontino fatti di guerra o aspetti legati al sociale, è già una gratificazione.
Tra i tuoi lavori, ce n’è qualcuno a cui ti senti particolarmente legato?
Ce ne sono due, completamente diversi. In primis, la Palestina, una tematica con cui ho da sempre un rapporto umano molto intenso. All’inizio mi dissi che avrei smesso di interessarmi alla Palestina il giorno in cui avrebbero costituito uno stato indipendente, e questo è il motivo che mi porta a ritornarci quando posso, ma lo faccio a spese mie, e tutto è diventato più costoso e difficoltoso. E poi c’è il tema del Palio di Siena, che mi appassiona da sempre, emozionalmente, affettuosamente, diventando io stesso un "contradaiolo" e ci ho vinto anche il World Press Photo 1996.

Cosa vorresti fare da grande?
Quello che ho sempre fatto! Magari tornare su certe tematiche per riviverle con occhi nuovi, e con l’esperienza e l’attenzione attuale che deriva da quasi 30 anni di lavoro.
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feb 3, 23:30
