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Intervista

Steve McCurry, il fotografo dei colori

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di Rosa Pugliese

Chi può dimenticare i profondi occhi verdi della ragazza afgana immortalati per due volte a distanza di dieci anni da Steve McCurry? Sebbene più di cinque secoli separino quel volto dalla Gioconda di Leonardo, qualcuno ha paragonato l’intensità dei due sguardi.
Steve McCurry ci sorprende per la cordialità con la quale risponde al telefono, lo abbiamo raggiunto nel cuore della notte nel lontano Vietnam.  Non ama le definizioni e si dichiara semplicemente “fotoreporter”, sposa la filosofia del digitale, la fotografia sperimentale e l’uso di software per il fotoritocco. C’e solo una cosa a cui non rinuncia mai: i colori, ciò che egli stesso definisce “anima del mondo”.


L’icona

La gente ti conosce come “il fotografo di Sharbat Gula”, la ragazza dagli occhi verdi che hai fotografato a Peshawar, in Pakistan. Hai scattato quella foto nel 1984 quando eri in un campo di rifugiati in Afganistan. Ti senti un po’ prigioniero di questa icona?
No, per niente. Anzi, forse proprio il contrario. Voglio dire che percepisco tutto questo quasi come fosse una sorta di regalo. È un onore essere legato a una foto che piace così tanto, io personalmente la trovo bellissima e sono molto felice di averla scattata.

Sharbat Gula


È vero, la foto è decisamente bellissima e di forte impatto. Perché poi ha deciso di tornare a Peshawar?
Torno spesso negli stessi posti, non è qualcosa che ho fatto in maniera esclusiva. E quando mi sono trovato di nuovo a Peshawar non ho proprio potuto fare a meno di cercare la ragazza dagli occhi verdi che aveva tanto fatto parlare di sé. Forse perché la foto che la ritrae è stata così improvvisa per lei che le regala quello sguardo spaventato, ma bello, fiero nella sua povertà e timidezza.


L’inizio

Steve, tu sei nato con la vocazione di fare il fotografo?
No, ho cominciato a studiare fotografia soltanto all’università, dopo aver lavorato addirittura come cuoco nelle cucine d’Europa per mantenermi. I viaggi mi hanno fatto cambiare idea sulla mia voglia iniziale di fare il regista. Così ho cominciato ad appassionarmi e a lavorare nel campo della fotografia soltanto al College, collaboravo con il quotidiano studentesco.  

E come sei arrivato poi alla Magnum Agency?
Sono molto riconoscente a Eve Arnold, Bruno Barbey e Philip Jones Griffins, dopo averli incontrati mi hanno subito preso a lavorare per la Magnum.   

C’è differenza tra un fotografo freelance e uno che lavora per un’Agenzia?
No, nessuna differenza. È semplicemente la stessa cosa.


La vocazione

Possiamo dire che Steve McCurry è un fotogiornalista con una speciale vocazione per il ritratto?
Io penso che mi si possa chiamare semplicemente “fotografo”, magari “fotografo-documentarista”. Certo mi piace molto fare dei ritratti alle persone, questo è vero. Ma la fotografia non è solo il ritratto e a me piace qualsiasi inquadratura.

Sei stato in molte zone del mondo, posti segnati da conflitti e guerre. Ma qualche volta sembra quasi che tu sia più interessato alle persone e alla loro umanità piuttosto che agli eventi storici. È vero?
Si, è vero. Penso che sia proprio così. Spesso cerco di capire la gente, come vive, come sopravvive nelle situazioni di incertezza create dalla guerra, nel disastrastro disarmante. Mi piace pensare di poter in qualche modo aiutare queste persone a rendere visibile al mondo la situazione di precarietà e di dolore in cui si trovano.

Quanto è difficile fotografare in luoghi come l’Afganistan, l’Iran o l'Iraq?
Penso che sia invece molto facile, spesso basta semplicemente chiedere, soprattutto per fotografare gli uomini o i bambini. Ma, come si può intuire, è meno semplice fotografare le donne. Le donne in questi luoghi vivono spesso in condizioni di sottomissione.


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