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Intervista

Testimonianze in bianco e nero

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Ci sono fotografi che non solo raccontano storie, ma che riescono a farlo realizzando immagini che parlano direttamente al cuore di chi le guarda. Tom Stoddart fa certamente parte di queste ristretta élite di maestri del foto giornalismo. Ecco cosa ci ha raccontato

 

di Amedeo Novelli


Abbiamo incontrato Tom Stoddart durante la premiazione del World Photography Awards, a Cannes in Francia, cui ha partecipato nelle vesti di membro del comitato onorario dell'Academy. Inglese, classe 1953, Stoddart è un foto giornalista che nel corso della sua carriera ha saputo raccontare come pochi altri alcuni dei principali avvenimenti mondiali, dalle carestie alle guerre per arrivare fino alla politica. Fotografo estremamente versatile, Stoddart lavora da sempre esclusivamente in bianco e nero.

In nostro incontro si è svolto nella sala delle esposizioni del Palais du Cinema, sulla Croisette, cinque minuti dopo la conclusione dalla lunga “camera di consiglio” che ha decretato i vincitori della prima edizione del World Photography Awards. Ed è proprio parlando di questo nuovo premio internazionale sponsorizzato da Sony che è cominciata la nostra intervista.

 

Come mai hai sposato il progetto del World Photography Awards? Credi che ci sia ancora spazio per manifestazioni di questo genere?

Ne sono convinto, specie se come nel caso del World Photography Awards ai contenuti classici di un premio di fotografia si aggiungono importanti elementi di innovazione quali per esempio l'utilizzo del web come porta di accesso all'evento o la presenza di una categoria anche per i fotoamatori. Viviamo un'epoca di grandi trasformazioni per tutto il mondo dell'informazione e la fotografia non fa eccezione, anzi.

 

A cosa ti riferisci? Al passaggio al digitale?

Sì, ma non in termini squisitamente tecnici, nel senso che secondo me il problema non sta nel cambio da pellicola a sensore, quanto nell'impatto della piattaforma digitale sul mercato della fotografia professionale. Internet, infatti, rappresenta un'importantissima opportunità per far sentire la propria voce, far conoscere il proprio lavoro, ma stenta ancora a diventare un vero e proprio mercato. Quando anche questo passo sarà compiuto probabilmente si apriranno davvero nuovi orizzonti anche se adattarsi a questi nuovi modelli di business e comunicazione non sarà una cosa facile per tutti.

 

Per i giovani fotografi, per chi si affaccia oggi su questo mercato il web rappresenta però un'opportunità impensabile fino a solo dieci anni fa, non credi?

Senza dubbio è così, ma né i siti di social networking, né tanto meno le pagine personali offrono oggi prospettive di carattere economico e questo, per chi ha scelto la fotografia come professione, prima o poi rappresenta un problema. Altro discorso se invece parliamo delle opportunità di comunicazione che sono eccezionali già adesso. Attraverso la Rete si possono far conoscere le storie che raccontiamo per mezzo di fotografie a un numero di persone molto più alto che attraverso i media tradizionali. Grazie alle tecnologie mutimediali, inoltre, si possono sperimentare anche nuove forme di comunicazione che utilizzano le immagini in maniera diversa per parlare veramente al cuore delle persone.

 

Come nel caso del video che si può vedere sul tuo sito?

Si tratta di un primo timido tentativo multimediale, cui ho affidato il compito di colpire anche coloro che non hanno una passione per la fotografia ma che non sono insensibili alle storie che ho raccontato attraverso i miei scatti. Se l'obiettivo del foto giornalista è quello di denunciare, di far conoscere realtà dimenticate all'opinione pubblica, non credo ci sia niente di male nel cercare nuove forme di comunicazione, tanto più se come nel mio caso promuovono un lavoro che è resta di tipo esclusivamente fotografico.

 

Cosa ci puoi dire al riguardo del tuo prossimo lavoro “This England”. Sulla pagina web che lo annuncia si parla anche di una presenza online?

This England è un progetto cui sono molto affezionato poiché parla del mio paese, della mia gente e poiché racchiude al suo interno il lavoro svolto nel corso degli ultimi trentanni. E' un omaggio all'Inghilterra di ieri per capire quella di oggi e di domani. Anche se ancora non posso svelare in che modo, This England si articolerà in diverse iniziative, un libro, una mostra itinerante, una serie di pubblicazioni su alcuni magazine e certamente una “presenza” Internet.

 

Tornando al World Photography Awards, e in particolare alla sezione dedicata ai fotoamatori, puoi dirci qualcosa di più sulle foto presentate in concorso?

Le prime due cose che mi hanno impressionato di più sono il numero e la provenienza delle immagini. Hanno partecipato decine di migliaia di fotografi da ogni latitudine del pianeta, un dato che rende bene un altro aspetto della cosiddetta rivoluzione digitale. Il passaggio ai “bit” ha reso la fotografia più accessibile che in passato. In generale ho notato anche un livello qualitativo piuttosto elevato che trova le sue origini in una nuova “cultura dell'immagine” che si diffonde e si rafforza proprio attraverso la Rete. Le fotocamere digitali con i loro metadati e la possibilità di rivedere e analizzare le proprie immagini pochi istanti dopo averle scattate, d'altronde consentono una curva di apprendimento tecnico e compositivo molto più rapida di quanto non accadesse con la pellicola.

 

Le foto vincitrici hanno molte caratteristiche comuni sebbene fossero in gara in due categorie diverse, ritratto e foto giornalismo? Un segno dei tempi o un semplice caso?

Né l'uno, né l'altro. La “coincidenza”, se così vogliamo chiamarla, si deve al fatto che per fare un reportage è spesso necessario passare dal ritratto dei protagonisti delle storie che si vogliono raccontare.

 

Come nel caso della “tua” Sarajevo? Le immagini della popolazione ritratta mentre corre terrorizzata nelle aree sotto il tiro dei cecchini sono probabilmente quelle che meglio descrivono il senso di quella guerra. Come ti è venuta l'idea?

Quando fai il mio lavoro le idee sono spesso figlie di quello che stai vivendo tu stesso. Quando sono arrivato a Sarajevo la città semi distrutta era un luogo spettrale dove i pochi abitanti rimasti vivevano nel terrore per le mine, per i bombardamenti e, soprattutto, per il fuoco vigliacco dei cecchini. Un vero incubo che ho vissuto in prima persona e che secondo me poteva essere compreso aldilà dei confini della ex Yugoslavia solo così, ritraendo bambini, donne e vecchi mentre correvano tra gli edifici distrutti del centro della città, sperando di non essere colpiti.

 

Il ritratto è un elemento costante dei tuoi lavori. E' stato così sia quando hai raccontato la campagna elettorale di Tony Blair, sia quando hai raccontato il dramma della piaga dell'AIDS in Africa? Naturalmente sempre in bianco e nero...

Le storie che racconto parlano di persone e per questo il ritratto in tutte le sue sfumature rappresenta una costante del mio lavoro di foto giornalista. Il contesto resta per me un elemento fondamentale ma al centro delle mie immagini ci sono sempre le persone di cui sto raccontando la storia. Quanto al bianco e nero, spesso a chi mi chiede le ragioni di questa scelta rispondo scherzando (ma non troppo) “che io penso in bianco e nero”. In realtà sono convinto che questo tipo di immagine sia più adatto a narrare le storie di cui mi occupo. Hanno una maggior forza evocativa non solo per quello che si “vede”, ma anche per ciò che “non si vede”.

 

Dovendo dare qualche consiglio a chi si affaccia oggi sul mondo del reportage e del foto giornalismo, cosa diresti?

Grandi consigli o ricette non ne esistono. Questo è un mestiere dove, oltre a una valida preparazione tecnica e fotografica, occorre soprattutto una preparazione umana. Per riuscire a raccontare certe storie, come detto, occorre anche saperle vivere da dentro. Per questa ragione l'unica cosa che mi sento di consigliare è cominciare da quello che ci circonda, allenando la propria mente a vedere oltre le apparenze. Il mondo che ci circonda è interamente fatto di “storie”, basta scegliere quelle che vale la pena raccontare e farlo con pazienza e passione.

 

LINK

TomStoddart.com

Guarda le foto finaliste del World Photography Awards


 

 



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