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21.04.11 - Addio Tim Hetherington

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Quando muore un operatore dell'informazione, non importa se giornalista, fotografo o tecnico, a piangere non sono solo i suoi affetti più stretti ma anche un po' tutti quelli che come noi, credono nell'importanza del ruolo che svolgono queste persone. Si tratta di coloro che hanno scelto, spinti più dalla passione che da altro, di raccontare le tante prime linee di questo mondo complesso e difficile. Tim Hetherington, morto ieri a Misurata, era una di queste persone. Inglese di Liverpool, quarantuno anni appena compiuti ma una carriera da fotogiornalista già ricca di successi e riconoscimenti. Lontano anni luce dal classico cliché del fotoreporter di guerra, tutto aneddoti e cicatrici, Tim Hetherington lo avevamo conosciuto a Milano, a Fotografica, nel 2007, anno della vittoria nel World Press Photo.
A porre così tragicamente fine alla sua vita e al suo lavoro ci ha pensato un colpo di mortaio che, a Misurata, ha centrato in pieno l'auto su cui viaggiava in compagnia di Chris Hondros che secondo le agenzie sta lottando tra la vita e la morte e altri due colleghi al momento senza nome rimasti feriti ma che non sarebbero in pericolo di vita. Capace di spaziare dal reportage fotografico tradizionale al video, cinema compreso, Hetherington era stato apprezzato soprattutto per il lavoro realizzato per conto di Vanity Fair in Afghanistan e dal quale era poi nato il riconoscimento del WPP. Restrepo, il docufilm realizzato con Sebastian Junger aveva vinto il Gran Premio della Giuria al Festival di Sundance ed aveva ricevuto una nomination all’Oscar nella categoria per il miglior documentario. Apprezzato per le sue immagini, così semplici da arrivare al cuore delle emozioni, trasmettendole, lo sguardo particolare di Hetherington e il suo lavoro di ricerca indagavano la guerra in una dimensione umana ancorché giornalistica.

Tim_Hetherington
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Prima che qualcuno dica o scriva l'ovvio, ossia che fare il reporter dalla linea del fronte è un mestiere rischioso, ci piace ricordare che per quanto si possa mettere in conto, la morte non può e non deve essere una condizione da accettare in nessuna professione, perfino in quella dell'inviato di guerra. L'aumento di vittime tra gli operatori dell'informazione cui abbiamo assistito negli ultimi anni è una tendenza che non si deve all'imperizia o all'imprudenza ma alla natura dei conflitti attuali ossia guerre di guerriglia, guerre civili, conflitti etnici, agguati e terrorismo. La guerra quella "vera" arriva ormai di rado e si conclude sempre più spesso in massicce azioni di bombardamento e repentine operazioni di terra. Perfette per raccontare ai media che è "andato tutto bene" e che "nessuno si è fatto male". Vittorie di Pirro, vittorie di facciata, effimere. L'Iraq come l'Afghanistan: guerre ufficialmente vinte in pochi giorni e con perdite esigue ma che invece durano da anni al ritmo di diversi morti al giorno. Uno stillicidio senza senso che risponde a una logica di interessi ben precisa. Si investe nella guerra, che è brutta e scomoda, fintanto che non si ottengono le leve per gestire gli obiettivi prefissati, vedi il controllo del petrolio in Iraq. Non si prova affatto ad esportare davvero nessuna democrazia e spesso, nemmeno nessuna pace.

 

 

E' questo il contesto in cui è morto Tim Hetherington. Lo stesso che aveva scelto di raccontare con il suo lavoro di inviato. Lui, al pari di Chris Hondros e tutti gli altri "sconosciuti" che fanno giornalismo in prima linea, non cercava una vita avventurosa o l'adrenalina, cercava solo la più grande delle illusioni, la verità.

 

Tim_Hetherington
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Prima che qualcuno dica o scriva l'ovvio, ossia che fare il reporter dalla linea del fronte è un mestiere rischioso, ci piace ricordare che per quanto si possa mettere in conto, la morte non può e non deve essere una condizione da accettare in nessuna professione, perfino in quella dell'inviato di guerra. L'aumento di vittime tra gli operatori dell'informazione cui abbiamo assistito negli ultimi anni è una tendenza che non si deve all'imperizia o all'imprudenza ma alla natura dei conflitti attuali ossia guerre di guerriglia, guerre civili, conflitti etnici, agguati e terrorismo. La guerra quella "vera" arriva ormai di rado e si conclude sempre più spesso in massicce azioni di bombardamento e repentine operazioni di terra. Perfette per raccontare ai media che è "andato tutto bene" e che "nessuno si è fatto male". Vittorie di Pirro, vittorie di facciata, effimere. L'Iraq come l'Afghanistan: guerre ufficialmente vinte in pochi giorni e con perdite esigue ma che invece durano da anni al ritmo di diversi morti al giorno. Uno stillicidio senza senso che risponde a una logica di interessi ben precisa. Si investe nella guerra, che è brutta e scomoda, fintanto che non si ottengono le leve per gestire gli obiettivi prefissati, vedi il controllo del petrolio in Iraq. Non si prova affatto ad esportare davvero nessuna democrazia e spesso, nemmeno nessuna pace.

E' questo il contesto in cui è morto Tim Hetherington. Lo stesso che aveva scelto di raccontare con il suo lavoro di inviato. Lui, al pari di Chris Hondros e tutti gli altri "sconosciuti" che fanno giornalismo in prima linea, non cercava una vita avventurosa o l'adrenalina, cercava solo la più grande delle illusioni, la verità.

AGGIORNAMENTO: muore anche Chris Hondros




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