Avete presente il fitness. Ecco, scordatevelo. Cronaca di una serata di allenamento in una palestra milanese di boxe. Raccontata per immagini da Matteo Dones
Quando si parla di boxe abbondano i luoghi comuni, positivi e negativi. Dalla nobile arte che ora tanto nobile non sembra più, alle possibilità di riscatto per chi è ai “margini”. Oggi il pugilato sembra in cerca di nuova identità, sia perché il proliferare di sigle ha finito con lo sfornare “campioni mondiali” di una stessa categoria come se uscissero da una catena di montaggio, sia perché, specie nel nostro Paese, il numero di praticanti intesi come nuove leve è in costante calo. Eppure, basta passare una serata in una palestra di pugilato per subire il fascino di questo sport vero, che richiede una grande preparazione fisica e mentale. È un mondo lontano dalle palestre del fitness sotto tutti i punti di vista, dove la gente viene alla sera per sudare e per incrociare i guantoni, non per snellire i fianchi o definire meglio gli addominali da “spiaggia”.
Piccola storia della boxe
Le origini del pugilato si perdono nel tempo. Per convenzione la data ufficiale della sua nascita sportiva si fa coincidere con i giochi olimpici del 668 a.C., i primi in cui questo sport compare ufficialmente nelle cronache. Per parlare di pugilato in senso moderno bisogna però aspettare il 1719, anno in cui a Londra aprì la prima scuola moderna di pugilato, anzi di "nobile arte della difesa". Naturalmente, oltre al sapersi difendere, in queste scuole si imparava anche come far valere i propri diritti. Non esistevano regole di combattimento e i pugilatori lottavano a mani nude.
Jack Broughton, uno dei campioni di quegli anni, propose nel 1743 un codice di regole che includevano l'identificazione di un ring delimitato da corde, la presenza di due secondi che potessero assistere il pugilatore, la scelta di un arbitro per il giudizio e di un altro arbitro che controllasse il tempo. Inoltre venivano indicati i colpi vietati e cioè: colpi portati con la testa, coi piedi e le ginocchia e i colpi sotto la cintura. Era inoltre prevista la sospensione dell'incontro per 30 secondi quando uno o entrambi i pugilatori erano a terra; trascorsi i 30 secondi si contavano 8 secondi: chi non era in grado di riprendere era sconfitto. Non vi era però limite alla durata dei combattimenti. Nel 1825 si svolse invece il primo incontro tra un campione britannico, Sayer, e un campione americano, Heenan. Finì dopo 42 riprese con un'invasione di campo da parte della folla, la fuga dell'arbitro e un verdetto di parità che calmò parzialmente gli animi degli spettatori.
Negli anni successivi, soprattutto per merito del marchese di Queensberry furono scritte le regole che di fatto aprirono la porta al pugilato moderno. Arrivarono così le prime tre categorie di pesi (massimi, medi e leggeri); veniva stabilito il conteggio dei 10 secondi per il KO e l'obbligo per l'altro pugile di allontanarsi senza colpire il pugile caduto, anche se questo aveva solo un ginocchio a terra. Erano obbligatori guanti nuovi. La durata delle riprese era fissata in 3 minuti, con un intervallo di 1 minuto; rimaneva fluttuante il numero delle riprese che veniva lasciato alla contrattazione tra i pugili.
Bisogna arrivare ai primi del 1900 per la creazione di altre categorie (medio-leggeri, piuma, gallo, mosca e medio-massimi) e per limitare la durata degli incontri: 20 riprese, 15 per gli incontri validi per titoli europei e mondiali, 12 per titoli nazionali. Limitando la durata dell'incontro, si imponeva la necessità di individuare criteri per la vittoria ai punti.
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