Quando, grazie alla Legge 180 (1978) meglio conosciuta come Legge Basaglia, si arrivò alla chiusura dei manicomi in Italia, intere strutture vennero lasciate abbandonate e mai più utilizzate.
di Elio Fideli Junior
Il vuoto ci colpisce immediatamente, si cammina in lunghissimi corridoi, dai cui si giunge ad altri ancora, ognuno dei quali porta ad un numero indefinito di stanze, di bagni comuni, di stanzini, di sale, di scale…
Non sembra esistere porta dalla quale non si possa guardare all’interno della stanza, non sembra esistere privacy, sia da grandi inferiate che da minuscole finestrelle coloro che erano deputati potevano sempre e ovunque gettare uno sguardo “controllore” sul contenuto “umano” della stessa.
Oggi la polvere, ruggine e lo sporco coprono quelle che erano le superfici “asettiche” dell'ospedale. Ormai l’acqua e le muffe risiedono in quelle stanze che una volta erano abitate dall’uomo. Ormai la pioggia o le stelle sono visibili da soffitti forati e cadenti che lasciano trapassare la luce. Ormai oggetti di uso comune testimoniano l’assenza di quelle persone e del loro lavoro.
Disegni e graffiti ricoprono le pareti interne ed esterne raccontando come li, in quel luogo, qualcuno viveva il “suo” mondo, nel “suo” mondo assegnatogli dalla medicina. Un mondo ora abbandonato, un mondo che ci appartiene ma di cui spesso non ci curiamo.
Senza voler e poter analizzare cosa abbia comportato e a cosa abbia portato la Legge 180, rimane evidente lo stato di abbandono di queste enormi strutture posizionate a volte in luoghi magnifici con spazi enormi che potrebbero avere seguito ben altro destino.
E sopratutto restituiti alla comunità.
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