di Lucia Puricelli
Fate scivolare un dito sulla superficie di un tavolo e spingetevi fino al livello massimo di forza che costringe il vostro dito a fermarsi. Nella nuova creazione di Cláudia Dias, la frizione può essere usata come valida metafora del modo in cui i sensi si cristallizzano attorno a possibili immagini.
Parole e azioni sono superfici di contatto – uno dice quel che fa, uno fa quel che dice. Un microfono in scena, circondato da una piccola parete di cartone, crea uno spazio per la parola – uno spazio in cui ciò che uno fa può essere definito, commentato e contestualizzato. L'azione, a sua volta, riceve un suo spazio.
Viene generata attorno a scatole di cartone, oggetti-modello che innescano l'intera proposta scenica. Perciò, fin dall'inizio viene presentata una relazione di forze tra parole e cose, in cui la struttura formale dell'impianto consente di respirare e di tuffarvisi allo stesso tempo.
Un tuffo nella frizione. Con l'avanzare del tempo, le immagini vengono sospese tra ciò che sono nell'azione e ciò che potrebbero diventare nel discorso, si formano piccole spaccature nel significato, le letture si moltiplicano, si assiste a fotografie del transitorio. Duetto di corpi, duetto di prospettive.
"Dalle cose nascono cose" e dai corpi nascono corpi, corpi intermedi che ambiguamente amplificano le possibilità della finzione e incarnano i problemi che presentano in scena, suggerendo nel contempo nuove possibili vite. Di fronte a oggetti multifunzione, standardizzati dalla produzione in serie (scatole di cartone), l'esercizio semantico diviene una cassa di risonanza per impliciti codici culturali. E mentre ci immergiamo in una confusione di significati personali, sociali e simbolici che abitano il nucleo delle immagini, lo spazio scenico si trasforma in un luogo di speculazione per un dibattito quasi pubblico, quasi politico, o politico perché è pubblico.
Come se il teatro potesse, per un attimo, diventare un'arena di discussioni. Un luogo per la costruzione di un discorso e la condivisione di urgenze. Un luogo di manifestazione. O, persino, di manifesto.
Cláudia Dias, nata a Lisbona, 1972, ha iniziato lo studio della danza classica con Maria Franco presso la Academia Almadense. Ha sviluppato la sua attività di performer presso il gruppo di danza Almada, in particolare nei lavori con Peter Michael Dietz. Ha fatto parte del collettivo Ninho de Viboras, e partecipato a numerosi progetti teatrali. Dal 2001 collabora con RE.AL, dove ha svolto ruoli di primo piano nelle creazioni di João Fiadeiro. Dal 2003 le coreografie di Cláudia Dias vengono rappresentate da RE.AL.
RE.AL (REsposta.ALternativa), creato da João Fiadeiro nel 1990, ha sempre lavorato, dalla sua formazione, sulla produzione e diffusione di progetti coreografici, nonché sull'organizzazione di eventi connessi alla formazione professionale e alla ricerca artistica. Le sue produzioni sono spesso collaborazioni e coproduzioni con realtà ed eventi di fama internazionale, come ad esempio la fondazione Calouste Gulbenkian, il Centro Cultural de Belém e o Culturgest di Lisbona; le capitali europee della cultura. Dei progetti stabili organizzati da RE.AL, l'iniziativa LAB, resa pubblica per la prima volta nel 1993, è quella di maggior rilievo. Lo scopo principale di LAB è assistere un artista che sta iniziando un progetto creativo a chiarire e collaudare tanto la sostanza del processo creativo quanto la trasformazione delle intenzioni in scelte concrete.
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