Di Alberto Greco
Un tuffo dentro una antica tradizione italiana e piemontese ovvero "la lotta contro la tirannide, in questo caso, del Marchese del Monferrato".
Le tradizioni carnevalesche così come oggi celebrate a Ivrea traggono origine nell’ottocento, quando le autorità napoleoniche occupanti la città, soppiantarono le risalenti celebrazioni rionali con un’unica ricorrenza carnevalesca tutt’oggi conservata.
In ossequio all’ottocentesca visione romantica dell’esistenza, il cerimoniale rappresenta la lotta del popolo contro la tirannide del Marchese del Monferrato. La battaglia delle arance rappresenta senza dubbio il momento più significativo e spettacolare dell’intero Carnevale.
All’inizio erano i fagioli i protagonisti della battaglia. Si narra infatti che due volte all’anno il feudatario-tiranno donasse una manciata di fagioli alle famiglie povere e queste, per disprezzo, gettassero i fagioli per le strade.
Intorno agli anni trenta del secolo scorso, fecero la loro prima comparse le arance. Insieme a coriandoli, confetti, lupini e fiori, infatti, le ragazze lanciavano dai balconi, contro le carrozze del corteo carnevalesco, qualche arancia. I destinatari erano giovincelli dai quali le stesse ragazze volevano essere notate.
Dalle carrozze si iniziò a rispondere scherzosamente a tono e, poco a poco, il gesto si trasformò prima in duello, quindi in un vero e proprio testa a testa tra lanciatori dai balconi e lanciatori di strada.
Dal secondo dopoguerra la battaglia assunse i connotati attuali seguendo regole ben precise. Rimane in ogni caso immmutata la simbologia tradizionale, spina dorsale del Carnevale, e i carri rappresentano i ben armati manipoli di sgherri agli ordini del tiranno, mentre le squadre a piedi rappresentano invece le bande popolane in rivolta.
I carri sono trainati da pariglie di cavalli; ciascuno di essi trasporta un gruppo formato da non più di una decina di "aranceri", protetti da vistose imbottiture e da terrificanti maschere di cuoio con grate di ferro per riparare il viso. Ogni banda a piedi, invece, è formata da molte decine di aranceri che vanno all'assalto del carro che transita dalla piazza cercando di colpire soprattutto gli avversari sulla maschera protettiva, in modo che il succo delle arance entri negli occhi. Indossano colorati costumi con campanelli alle caviglie e con casacche legate in vita, semiaperte sul petto in modo da contenervi una buona provvista di arance; non dispongono di alcuna protezione che li ripari dai colpi nemici.
Una speciale commissione osserva, nei tre giorni del suo svolgimento, l'andamento della battaglia e assegna un premio alle bande a piedi e ai carri da getto che, per ardore, tecnica e lealtà, si sono maggiormente distinte.
Attorno alla battaglia delle arance, si sviluppano molte altre cerimonie tradizionali, la cui più importante è il passaggio della Mugnaia, l'eroina delle festa, sottolineato dagli applausi e dalle grida di evviva degli spettatori. La sposa eporediese designata ad impersonare la "vezzosa Mugnaia" sfila su un carro dorato ed impersonifica Violetta (era questo il nome della ragazza popolana, figlia di un mugnaio di Ivrea) che si narra fosse stata trascinata nel "Castellazzo" dal perfido tiranno deciso a reclamare lo ius primae noctis; ma Violetta riuscì a far ubriacare il tiranno, per poi tagliargli nel sonno la testa, dando così inizio alla sollevazione popolare e all'abbattimento del maniero del tiranno.
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