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Little Tibet in India

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Goa, viaggio all'interno di una comunità di lavoratori stagionali Tibetani, rifugiati politici in India
di Anna Bernasconi


C’è un improvviso silenzio. Inaspettate calma e pulizia; un grande albero al centro. L’ “om mani padme om” risuona in sottofondo. Una coppia di cuochi tutto il giorno sforna “momo” e “noodles” per tutti.

Spesso sono le donne a lasciare le sicure colonie indiane e partire sole alla volta di Goa,  e tra fratelli, uno solo decide di sacrificarsi per mantenere col proprio lavoro gli studi degli altri. Ancora una volta le famiglie tibetane si dividono: diaspora moderna dettata dalle necessità economiche.

Gli appartamenti si trovano intorno al mercato e vengono spesso condivisi creando famiglie allargate. Il senso di comunità è fortissimo.

Per il capodanno tibetano, i delegati responsabili affittano un bel ristorante sul mare, che possa ospitare tutti i membri della comunità. Giocano a carte, cantano e ballano sulle musiche tradizionali. I bambini non vedono l’ora di togliersi i vestiti e sguazzare in acqua, a Goa hanno imparato meglio dei genitori a nuotare e ad apprezzare il caldo e il sole.



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Quando10 Marzo 2008 la polizia cinese ha iniziato ad uccidere i tibetani che manifestavano per il giorno della commemorazione della repressione cinese del 59, la piccola enclave tibetana di Goa si è stretta forte nel dolore e ha rifiutato di lavorare fino alla fine della stagione. E’ stato organizzato lo sciopero della fame, una marcia nella capitale Panjim, un sit in nel caldo del mercato più famoso di Goa.

Yan kee ha 50 anni ed è nata in India, in una valigia conserva una rivista sul Tibet, che tiene come l’oggetto più prezioso di casa, non ha mai visto il Tibet ma le hanno raccontato che assomiglia un po’ alla Svizzera.

La comunità riunisce tibetani provenieti dalle più diverse esperienze, alcuni arrivati in India da poco, altri mai nemmeno stati in Tibet.
Demawamo è arrivata a Goa, dal Tibet,  solo da due mesi. Ha vent’anni, viene da un villaggio di campagna, i genitori sono allevatori di yak. Ha il viso di porcellana e indossa robusti scarponi sotto l’orlo in seta dell’abito tradizionale. Dopo pochi giorni di viaggio attraverso il Tibet, il suo autobus è stato fermato dalla polizia cinese, non sa perché l’hanno rilasciata, ma da lì in poi il suo viaggio è continuato da sola, a piedi attraverso le montagne dell’Himalaya fino alle spiagge assolate di Goa.

Anche Saghilamo è scappata dal Tibet a vent’anni, per due anni ha lavorato in un hotel di cinesi guadagnando una miseria e inghiottendo le avances dei gestori che inducevano le giovani tibetane alla  prostituzione. Per pagare qualcuno che le aveva promesso aiuto nel viaggio, ha messo da parte 17 mila rupie, che ha visto andare in fumo al primo posto di blocco.



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Yang Zu ha trent’anni e una meravigliosa bambina di due. Da quando è scappata dal Tibet a diciotto anni non ha più sentito la sua famiglia. Si scappa senza nulla, senza un ricordo, perchè se la polizia ti trova, ogni foto della tua famiglia e ogni riferimento di dove vieni diventa un pericolo.
Durante gli scontri in Tibet, era appoggiata al muro, con gli occhi sbarrati gonfi e rossi senza lacrime. Accanto a lei un cartellone con le immagini scaricate da internet della repressione cinese. Corpi nudi e tumefatti, visi insanguinati coperti dal cellophan, toraci segnati da buchi perfettamente tondi e neri dei proiettili. Non poteva sapere nulla della sua famiglia.

E’ soprattutto per poter studiare che moltissimi giovani ogni anno scappano da soli dal Tibet, piu’ rare sono le famiglie o le coppie appena sposate, perchè rischiare la vita senza i propri cari fa meno paura. In Tibet si possono solo frequentare scuole cinesi, in cui si studia il cinese, in cui bisogna sottomettersi al regime, e che hanno costi proibitivi per i tibetani. Il Dalai Lama ha istituito in India delle scuole gratuite per i rifugiati tibetani.

Ai tibetani in Tibet non è permesso pregare, studiare, e quindi costruirsi un futuro. Sonam racconta che suo fratello sta scontando nove anni di carceri cinesi per aver scritto “Tibet libero” su un quaderno di scuola. Aveva 15 anni. Yank Zu ricorda suo padre nascondere l’immagine del Dalai Lama nelle pagine dei libri, per poter pregare. Il suocero di Yancin, anziano saggio del villaggio, all’età di 80 anni si è tolto la vita gettandosi in un pozzo per non sopportare le umiliazioni dei militari cinesi.

Gli adolescenti che stanno crescendo in india sono ben istruiti, parlano inglese perfettamente, vestono alla moda, e sono grati ai genitori, che hanno rischiato la vita per offrire loro un futuro migliore, e all’India, che li ha fatti nascere liberi, ma guardano con ammirazione chi è nato in Tibet. Gli appartamenti che condividono tra studenti sono come le case in cui sono cresciuti, piccole e pulite, in cui insieme alle valige messe in pila, non manca mai l’odore del tè speziato sempre pronto e un posto d’onore all’altarino delle preghiere.

Vikilamo, 19 anni, nata in India, è convinta che la protesta pacifica le aprirà le porte del Tibet, che finalmente non sarà più solo un’ immagine tratta dai racconti del padre. In camera sua, tra i trucchi e i poster degli attori di Bollywood, una collezione delle frasi del Dalai Lama, un mala verde chiaro e un immagine dei prati del Tibet; stizza gli occhi chiusi mentre recita le preghiere, come i bambini quando scongiurano che un desiderio si avveri.
 

 





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