È non è dubbio alcuno che la Terra è molto più perfetta essendo, come ella è, alterabile, mutabile, etc., che se la fusse una massa di pietra, quando ben anco fusse un intero diamante, durissimo ed impassibile.
(Dialogo dei massimi sistemi, Galileo Galilei)
Che senso ha, oggi, fotografare?
di Manuele Barbaglio
Le “sinfonie di luce” si pongono su quel versante della fotografia che mira a dare visibilità all’inconscio ottico, cioè a quella dimensione della natura e della vita che sta da sempre sotto l’occhio umano, ma di cui l’occhio umano non ha una visione consapevole. Esse, dunque, parlano di quella natura che può parlare solo all’occhio meccanico dell’apparecchio fotografico, per il cui tramite essa diviene intelligibile all’occhio umano.
Le “sinfonie di luce” costituiscono il punto finora più avanzato del mio progetto di ricerca visiva, la cui ambizione vuol essere quella di rappresentare la frammentarietà e la molteplicità del reale (che non si presenta mai nelle forme della monoliticità, dell’univocità, della staticità, della “definizione”, del “finito”, bensì in quelle spezzate e simultanee dell’ambiguità, della dinamicità, dell’indeterminatezza, dell’infinito. Ogni visione, pertanto, è semplicemente una sineddoche, un piccolo ritaglio del mondo, che rimanda ad un tutto, dinamico e complesso, di cui è necessariamente parte).
Dopo la dolorosa confutazione della supposta (e supponente) idea della centralità dell’Uomo nel Disegno del mondo (confutazione giunta da Copernico – contro la teoria geocentrica che poneva la Terra, e quindi l’Uomo, al centro dell’Universo divino – e da Darwin – contro la teoria della genesi umana direttamente dalla volontà di Dio, anziché attraverso un processo evolutivo da animali giudicati “inferiori”), è stata dissolta anche la presunta unità della psiche umana (per secoli riconosciuta nel concetto di “identità”, figlio dell’idea dell’Uno di matrice platonica): la psicoanalisi di Freud ha rivelato che la natura dell’uomo è scissa, franta, problematica, dinamica, volubile, complessa, instabile. Se esiste un equilibrio, dunque, esso è la somma di infiniti elementi disarmonici e diversi, che proprio nella loro commistione riescono a trovare la loro adeguata armonia.
In ogni uomo, come in ogni elemento del mondo, sussiste un’irriducibile compresenza degli opposti (sono i diversi casi della vita a far prevalere, via via, a seconda delle circostanze, un elemento piuttosto che il suo contrario): bene e male, onestà e corruzione, sincerità e menzogna, generosità ed egoismo, sono solo facili contrapposizioni dicotomiche di chi preferisce catalogare e definire, anziché dubitare, scoprire e conoscere. La semplificazione (ben diversa dalla “semplicità”) è la strada percorsa da chi cerca scappatoie per defilarsi dalla sforzo di conoscere le cose nella loro intima profondità.

Talora, la fusione degli opposti produce immagini armoniose, con linee morbide, sinuose, conturbanti, diverse per forma, foggia e intensità, che descrivono la stupefacente e misteriosa molteplicità del tutto. Talora, le ferite narcisistiche inferte all’uomo e alla centralità del creato si ripropongono nell’aspetto di graffi di luce, che squarciano la superficie, aprendo, insieme al dolore della materia sanguinante, nuove possibilità di futuro, di spazio e di vita.
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