È da anni che da Napoli prendo un treno per Roma per partecipare al Gay Pride nazionale e quest’anno nel giugno 2010, ho avuto la fortuna di assistere a questo magnifico evento nella mia città. Non ci tengo molto a dire che sono un eterosessuale ma ci tengo a dire che il mio partecipare al Pride, è sinonimo di rispetto, di partecipazione e di condivisione di ideali che seppur mi vedono lontana per la mia sessualità, accetto e difendo a spada tratta.
di Simona Carli
Negli anni passati si pensava addirittura che l’omosessualità fosse una malattia mentale, oggi fortunatamente non è più così. Tante piccole conquiste sono state fatte dal mondo gay, con fatica è vero ma almeno qualcosa è stato fatto. Purtroppo però tutte le rose hanno le spine ed è veramente triste pensare che oggi, nel 2010 ancora queste persone come noi, liberi di amare e di amarsi, sono visti come dei diversi ( diversi da chi, poi?), in molti casi picchiati, privati della loro dignità, del rispetto, vivendo quotidianamente nell’indifferenza e nel razzismo.
Il Pride è una festa, è allegria, gioia, tutto questo si respira nell’aria, c’ero anche quest’anno con affianco il mio compagno ed insieme portavamo attaccata sulla maglietta una frase di Amnesty International : “Human rights, are my pride”. È giusto, è così che deve essere, così dovrebbe andare il mondo.
Se avessimo avuto un bambino non avremo avuto problemi nel portarlo con noi. A differenza di quello che si vede o si sente, al Pride ci sono tanti bambini, ci sono le famiglie Arcobaleno, famiglie formate da due mamme o da due papà e tutti insieme si manifesta per il libero diritto di amare, di esistere per quello che si è profondamente senza avere la fobia di non essere accettato e avere la possibilità di progettare una vita insieme, cosa non molto attuabile in uno Stato come il nostro dove da sempre la Chiesa non vuole in nessun modo attualizzarsi per nulla.
Nella serie di foto che ho scattato, ne esiste una a cui sono particolarmente legata. È l’immagine di due ragazzi con una mascherina sul volto dove c’è scritto “siamo contagiosi”. Rivedendola dopo sul display, ho sorriso provando un misto di tenerezza e rabbia nello stesso momento. La rabbia è stata forte per l’ingiustizia e per il cattivo costume molto diffuso tra la massa, la società, di giudicare a priori situazioni che neanche lontamente si immaginano. La tenerezza era per il messaggio profondo di questi due ragazzi.
Possibile che il libero amarsi, è contagioso come una malattia? Possibile che respirando la stessa aria di un omosessuale, si rischia di essere contagiati? Ma da cosa, poi? Si rasenta lo squallore del razzismo. Non c’è contagio di nulla, non c’è vergogna nell’amore e nella difesa di uno dei bisogni primari dell’essere umano: ognuno di noi ha la necessità di dare e ricevere amore.
Il Pride e l’omosessualità sono temi attuali e scottanti, se ne potrebbe parlare a lungo e facendo rientrare nei discorsi non solo la Chiesa, come Dama incontrastata della decenza decaduta alla luce di tutti gli scandali attuali ma anche la politica e la sua cerchia ristretta di potenti corrotti. Sarebbe necessaria un po’ meno ipocrisia per vivere meglio. Se ci si ferma un attimo e si riflette, il luogo comune di “siamo tutti uguali” è vero, verissimo basta aggiungere “ con tutti gli stessi diritti” e le cose si complicano un pochino.
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