Sta sullo sfondo bianca, la torretta da perfetto castello medievale la noti subito insieme al parcheggio pieno di automobili. Intorno ombrelloni e persone che prendono il sole, camminano o fanno il bagno in mare. In primo piano ci sono io
E’ una foto di qualche anno fa. L’ha scattata mio padre durante una vacanza in Calabria, sarà stato forse l’ottanta o l’ottantuno. E’ una viletta di tre piani costruita nel 1972, 1260 metri cubi di cemento sulla spiaggia. Sta ancora lì, a Falerna la chiamano la palafitta perchè in alcuni giorni di alta marea sembra galleggi sul mare. E’ il simbolo della cementificazione delle spiagge calabresi. Settecento chilometri di coste divise fra mar Tirreno e mar Ionio, chilometri di vegetazione mediterranea e di mare. Tra villette abusive, residence, villaggi turistici, camping, Mare Nostrum, il dossier di Legambiente, nel 2010 ha consegnato la medaglia di bronzo per l’abusivismo edilizio alla Calabria: 461 infrazioni, 517 denunce e 169 sequestri. Un ecomostro regalato ad ogni paese, ad ogni borgo. Metri cubi di cemento che nel corso degli anni hanno tolto la possibilità di vedere il mare. Dalla strada riesci solo ad intravederlo attraverso i solai delle costruzioni rimaste incopiute, sembrano teschi di cemento e ferro.
Alcuni sono stati sequestrati, pochi abbattuti. “Minkia Ki Kakata”, l’hanno scritto con la vernice verde su un pilastro dello scheletro di un residence di quattro piani tra Stignano e Riace. E’ in attesa di demolizione dal 1989. Centinaia di metri di ferro e cemento costruiti direttamente sul mare.
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Un buon cinquanta per cento degli abusi edilizi è stato portato avanti con autorizzazioni degli enti preposti alla tutela ambientale. Con redazioni redatte da ingegneri, geologi, geometri e concessioni degli enti pubblici. Ora il nuovo decreto sulle concessioni delle spiagge, pensato dal governo, apre nuove prospettive. Tutto può accadere. In prima battuta il decreto concedeva per novanta anni la concessione delle spiagge ai privati. Grazie all’intervento della comunità europea e del Quirinale la concessione è ridimensionata a venti anni. Sembrava una vittoria, un passo avanti per la tutela del patrimonio costiero italiano. Sembrava appunto, perché nel decreto spunta la trasformazione del diritto di proprietà in diritto di superficie. In concreto, spiegano Fai e Wwf, questo significa che con l'introduzione del diritto di superficie se lo Stato vorrà le spiagge libere da infrastrutture una volta scaduto il termine dei vent'anni, dovrà pagare ai privati il valore degli immobili realizzati, perchè questi saranno a tutti gli effetti di loro proprietà e quindi potranno essere venduti o ereditati.
Secondo il ministro Tremonti «il Sud è troppo lontano. Siamo l'unica economia europea duale, ma non vogliamo diventare un Paese diviso. Per lo sviluppo tutto quello che viene dalle imprese va bene, basta che non costi per lo Stato». Per il ministro il sud dell’italia è un peso, una zavorra. Non si chiede il perché di questa situazione di arretratezza, è più conveniente dare la possibilità di costruire, di vendere ai privati una delle poche risorse che al sud Italia non manca: l’ambiente. Invece di valorizzarlo con interventi di recupero e tutela del territorio naturalistico, con la bonifica di situazioni inquinanti da anni abbandonate, si è pensato bene di affidare ai privati carichi di metricubi di cemento il rilancio dell’economia del meridione. A Tremonti non interessa un tubo del sud. E si vede.
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