Immagini e sensazioni di un viaggio in una delle regioni più affascinanti della Spagna, l'Andalusia. Un mix di culture tutto da scoprire tra sapori arabi e antiche tradizioni
Fotografie di Roberto Boccaccino
Testo di Miriam Lepore
Josè è un gitano. Un nomade che incontriamo nella Antigua Bodega de Guardia, a Malaga. Siamo solo noi tre i clienti della bodega, sono le 16 e l’aria fuori, sul lungomare, è calda e pesante, ma dentro il fresco è aiutato dal buio del lungo corridoio sulle cui pareti sono state issate pesanti botti di legno. Chiediamo due bicchieri di moscatel e il cameriere scrive sul tavolo con il gessetto “2,40”, il nostro conto. Josè capisce subito che non siamo di lì e comincia a parlarci di sé, della sua chitarra, con cui si procura i soldi per poi venire qui, alle quattro del pomeriggio a ubriacarsi di vino dolce e frutti di mare. Non siamo molto comunicativi, il nostro spagnolo lascia un po’ a desiderare, ma Josè si fa capire. Essere gitano in Andalusia non è semplice, ma non è semplice da nessuna parte. Non ti accettano, ti senti apolide, appartenente ad una terra che non calpesti. Mentre ci parla i camerieri con le braccia conserte si appoggiano alle grosse botti, aspettano le sera, quando la bodega si riempirà talmente che non sarà possibile distinguere i discorsi di gitani, turisti, uomini d’affari.
Josè è solo un esempio del mix di culture e di genti che popolano l’Andalusia. Una terra omogenea e contraddittoria insieme, che nei secoli e attraverso imperi, regni e dittature ha saputo ospitare e tenere in sé gli alti picchi della Sierra Nevada e la costa calda, quasi tropicale con i giardini verdissimi e umidi di Malaga e poi i culti religiosi, il cristianesimo, l’ebraismo, l’islam. Tenuti insieme dal vivere la stessa contesa terra.
Usciamo con la pancia vuota e un sapore dolciastro in bocca. Malaga non è la nostra prima tappa, l’hanno preceduta le processioni sul Paseo de los Tristes di Granada, i turisti inglesi che inseguono Hemingway a Ronda e i mercati artigiani di Siviglia. Città che si concedono solo all’occhio più attento, a cui mostrano con orgoglio la loro parte più ancestrale, rivendicandone l’autenticità.
L’Andalusia d’autunno permette di godere le meraviglie più nascoste di questa regione, che non a caso considera l’estate e i suoi 50 gradi bassa stagione, adatta solo alle villeggiature nei villaggi di cemento della costa, rimessi “a nuovo” ad hoc per i turisti. 
Nonostante l’estrema vicinanza con l’Africa, di cui sono testimoni le “teterie” arabeggianti e i mercati colorati da teli etnici, argenti e specchi, l’estremo sud spagnolo d’ottobre rinasce ed esprime la sua primavera. I tanti giardini, voluti dai re arabi, fioriscono, e le fontane costruite per rinfrescare nella soffocante afa estiva non servono che a rifrangere le migliaia sfumature di verde di cui si compongono le città, occidentali solo in parte. Così fra palazzi barocchi e bodegas in cui rispettare l’andaluso “andar per tapas”, rimangono i parchi decadenti pulsanti di piante che si aggrovigliano l’un l’altra, e colorati dalle panchine piastrellate di azulejas verdi, azzurri, bianchi, arancione.
Così si scopre l’Andalusia e fra tori, nacchere e ballerini di flamenco esposti nelle vetrine del centro si ha la nitida immagine della regione vissuta da coloro che la abitano, modellata a loro somiglianza.
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