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Newroz
Quasi un documentario che, scatto dopo scatto, testimonia l’impegno del popolo Curdo nel tenere vive le proprie tradizioni, anche se lontano dalla propria patriadi Luigi Mastromarino
Alla celebrazione del Newroz, il Capodanno curdo a Roma, il 21 marzo 2007, si viene in contatto con una condizione umana che ha del surreale.I rifugiati che organizzano la festa raccontano che i Curdi, a casa loro, non possono celebrare le proprie festività, perché è vietato dai turchi, non possono parlare la loro lingua, perché anche questo è vietato, non possono usare il loro vero nome, perché i turchi non accettano all'anagrafe nomi di origine curda.
Il Newroz, dunque, non è la copia sbiadita di un originale lontano ma costituisce esso stesso l’originale dell’evento, giacché senza una patria cui riferirsi sono i patrioti ad essere nazione. Una nazione ambulante.
Si cammina un pezzo al buio, all’interno dell’ex Mattatoio si intuiscono appena da un lato le roulotte del campo Rom e dall’altro le strutture restaurate di fresco che ospitano l’università. La festa sta per cominciare e bisogna raggiungere il tendone, dove i musicisti sono già sul palco. I ballerini si caricano per vincere l’emozione, prima di entrare in platea e ballare tra la gente antiche danze, che ricordano la storia della Fenice, rinata dalle sue ceneri. Poi tutti si scatenano, in un tripudio di ritmi brillanti e danze di gruppo, dove uomini dalle facce straniere, quelle che di solito ispirano diffidenza, si tengono per mano. Alla fine della musica i più si spostano fuori, dove si termina appiccando il fuoco a pire e lanciando slogan verso il cielo, come in una sorta di pianto collettivo, quello della mancanza di un posto da chiamare casa.
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apr 24, 11:53
