I nostri samurai
di Antonio Amendola
Anche da noi esistono i samurai.
Magari non con gli occhi a mandorla; magari non indugiano sotto ciliegi in fiore a scrivere haiku ispirati prima di un combattimento. Ma esistono e praticano iaido e kendo, la scherma tradizionale giapponese. La pratica delle arti marziali tradizionali è molto diffusa in Italia. Un misto di moda, suggestione mediatica, senso di insicurezza delle nostre città ed autentica passione.
Sia il kendo che lo iaido, apparentemente violenti e finalizzati all'uccisione dell'avversario, sublimano l'aggressività e insegnano una disciplina volta a controllare la mente e ad ottenere un più efficiente controllo del corpo. Nel pieno rispetto dell'avversario.
Prevedono una disciplina rigorosa ed un cerimoniale di altri tempi. La pratica di queste arti marziali equivale ad un salto indietro nel tempo. Momenti in bianco e nero. Ci si veste lentamente, indossando l'hakama, la tradizionale gonna pantalone; si allaccia il do, l'armatura che protegge il corpo e si stringe il men, il casco con la grata dal quale si intravedono gli occhi del kendoka. Si impugna lo shinai, la spada di bambù, o la katana, la spada, la regina di tutte le armi. E ci si proietta nel Giappone feudale.
La passione per queste arti, comunque, consente di superare vere difficoltà logistiche per la loro pratica.
Pratico kendo da anni, e non sempre si è fortunati di poterlo praticare in vere e proprie palestre, con veri spogliatoi e vere docce calde. Da tempo, infatti, ci barcameniamo in giro per scuole di Roma, "chiedendo ospitalità" in strutture, in ogni caso, spesso fatiscenti ma a volte anche soprendentemente accoglienti (nonostante il degrado nazionale delle nostre scuole).
Archivio
giu 12, 15:32
