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Tecnica

Pentax K20D: "alternativa" digitale

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Pentax ha avuto un ruolo di primo piano nella fotografia analogica - da Pentax sono arrivati, tanto per citare due nomi, l’attacco a baionetta K (il primo "universale" di massa) e la reflex ME Super su cui si sono formati decine di migliaia di fotoamatori italiani - ma dopo l’avvento della fotografia digitale le cose sono andate diversamente, per colpa di qualche modello non proprio azzeccato e di qualche vicissitudine societaria. C’è voluta la presentazione della K10D, un paio d’anni fa, per riportare Pentax tra i produttori di reflex convincenti di fascia medio-alta, pur dovendo ammettere che oggi Pentax è una scelta in qualche modo alternativa rispetto a Canon, Nikon e anche Sony.
La K20D oggetto della nostra prova è l’erede diretta di quella fotocamera: in sintesi ne mantiene l’impostazione di fondo, aggiornandola all’evoluzione tecnologica del settore (soprattutto con un sensore da 14,6 Megapixel), con le sue qualità e anche i suoi difetti.
Ma procediamo con ordine, ricordando che come al solito la nostra prova è più che altro una descrizione di come ci si trova con la fotocamera, non un test numerico-prestazionale.

Corpo e comandi principali

Il corpo macchina e l’ergonomia della K20D sono buoni. Il corpo è compatto e solido, senza pesare troppo, e soprattutto è tropicalizzato contro le infiltrazioni di acqua e polvere. Cade bene in mano, anche se chi ha le dita lunghe potrebbe trovarsele un po’ "oltre" i comandi principali. Chi ama le reflex con pochi comandi non apprezzerà la K20D: abbiamo contato ventitre tra ghiere e pulsanti, di cui ben quattordici sul dorso macchina. Non è necessariamente uno svantaggio: in questo modo quasi tutte le funzioni sono raggiungibili con un solo comando, basta imparare a districarsi tra i comandi. E di funzioni, come vedremo, la reflex Pentax ne offre davvero molte.
Segnaliamo la presenza, gradita, del display LCD monocromatico sul lato superiore della macchina. Una nota di merito va anche all’obiettivo standard in dotazione (lo zoom Pentax DA 18-55mm AL II f/3,5-5,6): è solido e ben costruito, con una ormai rara ghiera "vera" per la messa a fuoco manuale e addirittura la scala delle distanze.
La K20D ha due ghiere per impostare tempi e diaframmi: l’anteriore per i tempi e la posteriore per i diaframmi. Purtroppo la ghiera posteriore è un po’ scomoda (sarebbe stato meglio averla allineata all’anteriore) e non è immediato dover usare una ghiera quando si è in una priorità e l’altra quando si cambia modo di esposizione. Qui la K20D fa valere le sue ampie possibilità di personalizzazione: per ciascuna modalità di scatto è possibile definire cosa devono comandare le due ghiere. Per maggiore chiarezza, ogni volta che si cambia modalità di esposizione sullo schermo LCD posteriore appare una spiegazione delle funzioni dei principali tasti e ghiere.

Le funzioni
La K20D ha le modalità di esposizione classiche (automatica, programmata, manuale, priorità di tempi o diaframmi) accompagnate da due più originali: la priorità di tempi e diaframmi (si seleziona una coppia tempo/diaframma e la sensibilità del sensore varia di conseguenza) e la priorità di sensibilità (si impostano gli ISO equivalenti). La modalità programmata è personalizzabile scegliendo una tra le quatto linee di programma disponibili: normale, che privilegia i tempi rapidi, che privilegia la profondità di campo, che punta sulla resa dell’obiettivo (sceglie l’apertura ideale per la lente montata, se riconosciuta).
Ciò che colpisce davvero della K20D è la ricchezza delle funzioni a bordo: praticamente tutto è personalizzabile prima dello scatto, e in particolare la sezione del bilanciamento del bianco permette di sbizzarirsi modificando ampiamente le configurazioni predefinite o impostando manualmente il bilanciamento ideale. Lo stesso vale per i sei profili di esposizione predefiniti, di cui possiamo cambiare saturazione, tonalità, contrasto e nitidezza.
Dopo lo scatto, la K20D offre a bordo molte possibilità di elaborazione grafica creativa (conversione in bianconero o seppia, simulazione di sei filtri colorati, estrazione di un colore, filtro soft, conversione della foto in un disegno al tratto, HDR simulata, variazione della luminosità, allargamento o restringimento dell’immagine) e anche la conversione da Raw a Jpeg.
Troppo "giocoso"? Può darsi, ma crediamo che a molti fotoamatori queste funzioni facciano comodo, mentre gli altri potranno tranquillamente ignorarle.
Tra le funzioni inseriamo anche lo stabilizzatore d’immagine collegato al sensore. La diatriba tra chi preferisce questa soluzione e chi invece lo stabilizzatore ottico nell’obiettivo è irrisolvibile (ogni approccio ha i suoi pro e i suoi contro), qui ci limitiamo a dire che nel caso della K20D il sistema effettivamente garantisce i 2,5-3 stop promessi rispetto al tempo di scatto teorico (l’inverso della lunghezza focale dell’obiettivo), a parità di diaframma.
Non manca, come vogliono la moda e il marketing, il Live View. L’implementazione è buona ma non delle più utili: il display LCD posteriore non è orientabile e la messa a fuoco in Live View avviene riabbassando lo specchio per un istante.

Come va
Nelle nostre prove la K20D si è ben comportata. La valutazione esposimetrica in modalità multisegmento - le altre possibili sono media pesata al centro e spot - tende un po’ a sottoesporre, ma questo nel digitale è un approccio corretto: i dettagli in ombra si recuperano in postproduzione molto più facilmente di quelli nelle alteluci. Non è una macchina da foto sportive: l’autofocus a 11 punti è buono ma non velocissimo, la cadenza di scatto di tre fotogrammi al secondo è insufficiente.
Il sensore, sviluppato con Samsung, produce immagini Jpeg fortunatamente non troppo morbide, anche se per trarre il massimo dalla K20D ci sembra decisamente indicato scattare in formato Raw. Questo anche per controbilanciare il vero difetto del sensore, che è la generazione alle alte sensibilità di rumore piuttosto visibile: fino a 800 ISO equivalenti non ci sono problemi, consideriamo utilizzabili anche le foto scattate ai 1.600 ISO, ma i 3.200 e i 6.400 sono davvero impostazioni di emergenza. Apprezziamo comuque il fatto che Pentax abbia impostato per default come inattiva la riduzione del rumore per gli alti ISO e dia a noi il compito di scegliere se attivarla o meno, su tre livelli di intensità. In questo modo chi sa lavorare in postproduzione può usare gli scatti grezzi, gli altri accetteranno immagini meno rumorose ma anche meno dettagliate.
Il bilanciamento del bianco automatico porta, in luce artificiale, una dominante fastidiosa che va corretta in postproduzione o effettuando una calibrazione manuale durante gli scatti. E’ giusto dire che questo accade con quasi tutte le reflex digitali, salvo rare eccezioni.
Sintetizzando, la Pentax K20D è una reflex solida e affidabile, che piacerà certamente ai fotografi generalisti che amano sperimentare con la propria fotocamera e sfruttarne le possibilità di configurazione. Crediamo che solo "smanettando" un po' tra i vari menu si riesca a trarre il massimo dalla K20D, la quale resta invece un po' anonima se usata in modo punta-e-scatta automatico. Gioca a favore della K20D anche la possibilità di montare, con qualche limite negli automatismi, quasi tutti gli obiettivi con innesto a baionetta K e derivati (KA e KAF). I vecchi utenti Pentax apprezzeranno il fatto di poter tutelare il proprio parco ottiche.
Non consigliamo invece la K20D a chi faccia foto sportiva o a chi usi spesso alte sensibilità ISO, dato il sensore un po' rumoroso rispetto alla media delle reflex con ambizioni semiprofessionali.

(fv)

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