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Tecnica

Gli istogrammi che servono davvero

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I dati sulla distribuzione della intensità dei colori in una immagine possono servire a migliorarla, sia in fase di scatto che in postproduzione

di Francesco Pignatelli 


Qualsiasi reflex digitale è in grado di mostrare sul display l’istogramma RGB della foto che abbiamo appena scattato. Altrettanto fa qualsiasi buon programma di fotoritocco, con in più la possibilità di intervenire sull’immagine stessa per modificarla. Sul campo non possiamo modificare lo scatto effettuato, ma possiamo trarne indicazioni per farne altri, si auspica migliori.

 

La teoria dietro l'istogramma
L’istogramma RGB di una foto digitale non è altro che una rappresentazione grafica di quanta luce hanno “catturato” i fotosensori della fotocamera e conseguentemente quanto luminosi (per i tre canali rosso, verde, blu) sono i corrispondenti pixel dell’immagine digitale. In sintesi, serve a rappresentare indirettamente come la luminosità si distribuisce nella scena fotografata.
Come si calcola tutto questo? Ogni pixel viene creato dalla combinazione dei tre canali RGB, ciascuno dei quali può assumere un valore variabile tra 0 e 255 (assumiamo per comodità di lavorare con immagini a profondità colore di 8 bit). Valutando l’istogramma di un singolo canale dobbiamo immaginare che l’asse orizzontale vada da 0 a 255 (dall’assenza di quel colore alla sua piena “luminosità”) e che per ognuno di questi valori in verticale ci sia una indicazione di quanti pixel dell’immagine effettivamente lo “possiedono”. L’istogramma RGB complessivo si basa sullo stesso principio, ma applicato alla somma dei valori R, G e B: mira quindi a dare una indicazione della distribuzione della luminosità totale (su tutta la gamma delle frequenze luminose) della scena.
In realtà non riesce del tutto correttamente in questo compito, come spieghiamo più avanti, ma la rappresentazione dell’istogramma RGB è comunque sufficiente per le esigenze più comuni.

 

La luce
Non esistono istogrammi “giusti” o “sbagliati” in assoluto, però il loro aspetto può indicarci se l’immagine prodotta dalla nostra reflex corrisponde a quello che avevamo in mente, e dove eventualmente apportare cambiamenti.
Come anticipato, l’informazione più evidente che dà un istogramma è la distribuzione della luminosità nell’immagine, quindi la sua gamma tonale. Le immagini con una gamma tonale ampia, che varia da bianchi intensi a neri profondi, hanno un istogramma che occupa (in asse orizzontale) tutta la gamma da 0 a 255. Al contrario, un’immagine con prevalenza dei toni medi avrà un istogramma che occupa in massima parte solo la parte centrale del grafico. Allo stesso modo, una immagine con molte zone in ombra avrà l’istogramma fortemente spostato verso sinistra e una con prevalenza di alteluci lo avrà spostato verso destra.

Già questo ci permette di trarre alcune conclusioni sulla foto appena scattata. La più banale è che se la nostra immagine ha un istogramma spostato a destra o a sinistra e invece noi puntavamo a una foto “normale”, l’esposimetro non ci ha aiutato e sarà meglio passare a una qualche forma di esposizione manuale.
Le cose sono quasi sempre più complesse di così: un istogramma che “sfora” sulla destra o sulla sinistra può essere sì indice di una sovra- o sotto-esposizione, ma anche di una immagine volutamente contrastata o con una gamma tonale molto estesa. Un esempio lo vediamo nell’immagine riprodotta qui di seguito: si tratta di una nota foto di Ansel Adams, il cui istogramma mostra la prevalenza di tonalità molto scure (c’è anche un picco verso il nero) e molto chiare. Nessuno però direbbe che Adams ha sbagliato esposizione!

 

 

 

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