Un servizio sulla mostra di Wildt a Forlì realizzato per Effetto Arte è il punto di partenza per parlare della "fotografia dell'arte" in senso stretto ma anche per alcune riflessioni tecniche
di Amedeo Novelli
Detto che il rapporto tra fotografia e arte è così complesso, multiforme, articolato e talvolta perfino soggettivo, se non addirittura arbitrario, che chi vi scrive non ha alcuna ambizione di aggiungere altre parole a un tema già ampiamente trattato ma ancora discusso, in questo articolo cercheremo di concentrarci solo su quello che accade quando alla fotografia viene chiesto di documentare l'arte. Visto che anche quest'ultimo argomento si presta in realtà a una trattazione assai ampia, il nostro approccio prende spunto dalla realtà, ossia da un servizio fotografico realizzato per un periodico, Effetto Arte, specializzato nell'arte e nella cultura. L'incarico riguardava la documentazione della mostra allestita presso i Musei di San Domenico a Forlì e dedicata ad Adolfo Wildt, geniale scultore della Milano di inizio secolo. Un lavoro di reportage editoriale a supporto di un articolo di presentazione e analisi critica sull'iniziativa. Dal punto di vista del progetto, di solito, in questi casi si cerca di realizzare un lavoro bilanciato che contenga un mix equilibrato di foto di allestimento, opere d'arte e suggestioni (sempre che ce ne siano). L'idea di fondo, è quella di valorizzare, più che le opere di per sé stesse, la loro esposizione, rendendo giustizia anche agli spazi, ai luoghi museali, agli arredi e agli allestimenti previsti lungo il percorso della visita dai curatori della mostra stessa, in questo caso Fernando Mazzotta e Paola Mola che hanno lavorato insieme a un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci, noto storico dell'arte e direttore dei Musei Vaticani. Detto che da un team di così alto livello è nata una mostra che vale abbondantemente un viaggio a Forlì, come al solito dal punto di vista del fotografo i problemi da affrontare e risolvere sono stati molti. Vediamoli uno a uno.
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Limitazioni fisiche
Per prima cosa va detto che è molto difficile ottenere le autorizzazioni. Ciò si deve sia a ragioni "reali", di sicurezza, assicurazioni e simili, sia a motivi "virtuali" e in realtà spesso connessi a questioni di diritto d'autore e, soprattutto, di vendita del catalogo. Sia come sia, una volta superato questo scoglio, quasi sempre non si riesce a ottenere la possibilità di scattare a "museo" chiuso ma si è costretti a lavorare a porte aperte ossia, insieme ai normali visitatori, il che come minimo costringe tutti ad avere un po' più di pazienza. Allo stesso modo è molto improbabile che venga permesso l'uso del treppiede, considerato generalmente pericoloso per le opere, né quello di flash o luci diverse da quelle previste dall'allestimento. Parimenti, anche zaini o borse ingombranti vengono abitualmente "fermate" al guardaroba, ragion per cui anche un paio di pantaloni con tasconi risultano parte dell'attrezzatura utile per portarsi a casa il lavoro. Nel caso del lavoro di Forlì, le cose sono andate esattamente così e, per esempio del generoso corredo che mi ero portato in Romagna, alla fine ho potuto usare solo un 50mm f/1.4, un 100mm f/2.8 Macro e un 24mm TS-E. Con queste tre ottiche ho valutato che avrei avuto a disposizione tutti i "punti di vista" che avevo in mente: un medio tele con funzioni Macro per dettagli e prospettive strette, un grandangolo per la gestione degli spazi, con la funzione Tilt Shift per correggerli prospetticamente e gestire il fuoco in modo ottimale, e un 50mm, classico ma luminoso, per qualche "ritratto" alle sculture di Wildt. Eh sì, perché in effetti, la prima cosa da fare in realtà, è documentarsi attentamente sull'arte che si deve fotografare. Dunque, prima ancora di tutto quello che avete letto fin qui, ciò che si deve fare è leggere, studiare e osservare con attenzione le opere che vi troverete davanti al momento di fotografarle. La faccenda è importante da tutti i punti di vista: giornalistico, fotografico e documentativo.
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