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Tecnica



Gli "iper-poteri" del fuoco manuale

Se parliamo di tecnica, l'iperfocale è uno degli argomenti più interessanti. Una soluzione d'emergenza per quando l’autofocus è fuori gioco e la messa a fuoco manuale è impossibile

 

di Francesco Varano

 

Possiamo avere in mano una reflex digitale di ultimissima generazione, con un autofocus a centinaia di zone e l’intelligenza di un super-computer, ma in certe situazioni la messa a fuoco automatica resta al palo. I motivi possono essere diversi, quasi sempre legati a una bassa luminosità della scena che stiamo inquadrando. Poca luce significa poco contrasto, ed è proprio sul contrasto che si basa il sistema autofocus delle moderne reflex, digitali e non. La risposta è banalmente mettere a fuoco a mano? Non sempre. Certe che nessuno abbandonerà mai l’autofocus, le case produttrici ci danno (quasi sempre) mirini poco luminosi, in cui è difficile capire se una scena un po’ scura è perfettamente a fuoco, e obiettivi con meccaniche di messa a fuoco manuale a dir poco carenti.

 

Altre volte, invece, l’autofocus sarebbe in grado di fare il suo dovere, ma siamo noi a scegliere di farne a meno per non perdere lo scatto che stiamo cercando. Capita di perdere l’attimo fuggente perché la reflex ha deciso di mettere a fuoco là dove non volevamo (no, non tutti hanno la cura di attivare un solo sensore AF a seconda dell’inquadratura).

Questa lunga introduzione per dimostrare che è utile essere un po’ preparati e sapere come muoversi senza messa a fuoco automatica e in quelle condizioni in cui anche mettere a fuoco manualmente non si può o non conviene.

 

La soluzione sta nella magica parola “iperfocale”

Chi mastica un po’ di ottica - e magari viene dalle vecchie reflex con messa a fuoco solo manuale - conosce bene il concetto della profondità di campo. Quando mettiamo a fuoco un soggetto, risultano egualmente a fuoco anche tutti gli oggetti che si trovano un po’ prima e un po’ dopo. Quanto prima e quanto dopo dipende da molti fattori, quello più importante - a parità di obiettivo - è il diaframma impostato per lo scatto. Più è chiuso il diaframma, più risulta estesa la zona in cui gli oggetti risultano a fuoco (appunto, la profondità di campo).

 

Date la lunghezza focale di un obiettivo e una determinata apertura del diaframma, si chiama iperfocale la distanza dall’obiettivo per cui, mettendo a fuoco proprio lì, la profondità di campo si estende dalla metà della distanza medesima all’infinito. Per capirci meglio: se l’iperfocale di un obiettivo a f/16 è tre metri, mettendo a fuoco su un oggetto che dista da noi tre metri e impostando il diaframma a f/16, saremo certi che tutto ciò che è compreso tra un metro e mezzo e l’infinito risulterà a fuoco.

Il concetto di iperfocale è utile nei casi che abbiamo descritto all’inizio. Se la scena che stiamo riprendendo non è abbastanza contrastata per il nostro autofocus, possiamo impostare un diaframma tale per cui il soggetto che vogliamo ritrarre sia certamente al di là della metà della distanza iperfocale per quel diaframma, quindi a fuoco. Se non vogliamo (o non possiamo) perdere del tempo mettendo a fuoco una scena, automaticamente o a mano, possiamo impostare un diaframma per cui la scena stessa sia certamente oltre la metà della distanza iperfocale e quindi, nuovamente, a fuoco.

 

Si può obiettare che la stessa certezza della messa a fuoco la si ha con il (quasi) onnipresente pulsante per il controllo della profondità di campo. Vero, ma il pulsante per la profondità di campo è una verifica a posteriori, mentre la messa a fuoco sull’iperfocale è una tecnica “preventiva”. Non a caso un vecchio motto dei fotoreporter era “f/8 and be there” (traducendo liberamente, “f/8 e trovati nel posto giusto”): impostare il diaframma a f/8 dà quasi sempre una profondità di campo sufficiente per avere a fuoco tutto quello che serve in una foto giornalistica.

 

Come si calcola l’iperfocale? Esiste una formula matematica secondo cui essa è pari a f2/Nc + f, dove f è la lunghezza focale dell’obiettivo, N il rapporto focale di apertura e c il circolo di confusione (il più piccolo cerchio che l'occhio umano riesce a distinguere a una determinata distanza, per i sensori APS-C è un valore approssimato a 0,016 millimetri e per i sensori 24x36mm a 0,026 millimetri). La formula, a voler essere fiscali, è astratta: ciascun obiettivo ha una sua costruzione e lenti sue proprie che lo rendono diverso dal modello teorico e richiederebbe un calcolo dell’iperfocale ad hoc. Nell’uso comune, però, non ha senso preoccuparsene.

 

Dalla formula indicata deriva ad esempio che la distanza iperfocale per un obiettivo 28 mm impostato a f/8 su una fotocamera tradizionale 24x36 mm è di 3,8 metri circa. Per arrotondare diciamo quattro metri, quindi tutto quello che si trova a più di due metri di distanza dall’obiettivo sarà a fuoco. Ecco spiegato perché con un grandangolare finiamo per avere tutto a fuoco non appena chiudiamo un po’ il diaframma.

 

Giocando un po’ con l’equazione si vede anche che, nel caso dei teleobiettivi, l’iperfocale è un concetto meno utile. Con le lunghe focali cerchiamo sempre di avere diaframmi aperti, nei limiti del possibile, ma in queste condizioni l’iperfocale è distante e la relativa distanza minima di messa a fuoco “garantita” può trovarsi oltre il soggetto che stiamo fotografando. Prendiamo un obiettivo 300 mm a f/5,6: l’iperfocale per una reflex APS-C si pone a circa un chilometro, quindi la minima distanza di “a fuoco sicuro” è cinquecento metri. Può essere troppo per risultare d’aiuto.

 

Non abbiamo sempre con noi carta, penna e una calcolatrice per determinare l’iperfocale quando siamo in giro a fotografare. A darci una mano sono le case che producono obiettivi, almeno in una certa parte dei casi.

I vecchi obiettivi a fuoco manuale e alcuni più moderni obiettivi autofocus dispongono di una serie di indicatori per valutare a priori la profondità di campo di uno scatto, anche se probabilmente la maggioranza di noi non li ha mai dovuti usare. Un buon caso emblematico è il Canon EF 85 mm 1,2 L: sotto la finestrella delle distanze di messa a fuoco ci sono gli indicatori per la profondità di campo a varie aperture, da f/4 in su. L’uso delle tacche è semplice. Mettiamo a fuoco il nostro soggetto e guardiamo la finestrella delle distanze: a un certo diaframma la profondità di campo inizia alla distanza corrispondente alla tacca sinistra di quel diaframma e finisce alla distanza corrispondente alla tacca destra. Supponiamo in questo che le distanze crescano spostandoci da sinistra a destra, se mettiamo a fuoco in modo che la distanza corrispondente alla tacca destra sia l’infinito, abbiamo messo a fuoco sull’iperfocale. Se ci fate caso noterete che in questa configurazione la distanza corrispondente alla tacca di messa a fuoco è più o meno il doppio della distanza indicata dalla tacca sinistra del diaframma scelto. Giustamente: la distanza minima di messa a fuoco sicura è la metà dell’iperfocale.

In pratica, e condensando, per mettere a fuoco alla distanza iperfocale un dato obiettivo a una data apertura di diaframma, basta allineare il simbolo dell’infinito nella scala delle distanze con la tacca delle profondità di campo corrispondente a quell’apertura.

 

Iperfocale

 

Molti obiettivi però non sono così ricchi di informazioni: o hanno solo un paio di indicatori di profondità di campo (quelli per i diaframmi più chiusi) oppure non ne hanno affatto e ci lasciano solo con la scala delle distanze. Entriamo quindi nel regime delle regolazioni “spannometriche”.

Supponiamo di voler sfruttare le doti dell’iperfocale con un obiettivo zoom, montato su una reflex APS-C, e di essere in una situazione in cui vorremmo a fuoco tutto da circa cinque metri in poi, usando una lunghezza focale di 35 mm. Calcolatrice alla mano scopriamo che a f/8 l’iperfocale del nostro obiettivo è circa 9,6 metri, quindi f/8 garantisce che da 4,8 metri in poi tutto sia a fuoco, come volevamo. Dovremmo quindi mettere a fuoco manualmente a 9,6 metri solo usando la scala delle distanze, cosa impossibile da fare esattamente perché non troveremo certo l’indicazione di 9,6 metri. Andiamo quindi a spanne: la regola in questi casi è mettere a fuoco un po’ oltre l’iperfocale. Per il nostro esempio va bene metter a fuoco a 10 metri, un’indicazione che sulla scala delle distanze dovrebbe esserci (ad esempio c’è nel Canon EF-S 17-85 mm). Ricordate: nel dubbio mettete a fuoco un po’ oltre, ma mai “davanti” all’iperfocale. Se impostiamo l’obiettivo per mettere a fuoco a una distanza minore dell’iperfocale, gli oggetti più distanti non saranno nitidi.

 

Iperfocale

 

Sembra complicato? Con gli obiettivi più moderni le cose vanno anche peggio. Quasi sempre - come mostra, restando in casa Canon, il recente EF-S 18-55 mm IS - sui nuovi obiettivi non c’è né la scala delle distanze né quella dei diaframmi. La “spannometria” a questo punto si fa creativa. Consideriamo sempre le condizioni dell’esempio precedente: dovremmo mettere a fuoco a 9,6 metri senza avere indicazioni sull’obiettivo. Possiamo solo andare a occhio e mettere a fuoco manualmente su un punto che ci sembra essere a una decina di metri dalla macchina fotografica. Come valutare questa decina di metri sta alla nostra fantasia. Certamente in questi casi saremo piuttosto approssimativi: per compensare questa approssimazione chiuderemo il diaframma di uno stop in più rispetto a quello che abbiamo usato per calcolare l’iperfocale. Questa riduzione del diaframma ci dovrebbe garantire abbastanza profondità di campo in più da eliminare gli effetti negativi di una messa a fuoco imprecisa e di una valutazione sbagliata delle distanze.

 

Iperfocale

 

Alcune basi teoriche della fotografia, come soprattutto il Sistema Zonale di cui abbiamo già scritto su FotoUp, possono essere applicate con profitto in moltissime situazioni. Il concetto di iperfocale, onestamente, non è così versatile. E’ utile comunque conoscerlo, per sapere come agire in quelle situazioni in cui autofocus e fuoco manuale non sono adatti.

Per darvi una mano abbiamo preparato due tabelle con il calcolo della distanza iperfocale teorica per le principali coppie lunghezza focale - diaframmi, una per chi usa reflex analogiche o con sensore full frame 24x36 mm, l’altra per chi usa reflex digitali con sensore APS-C. Le distanze sono espresse in metri. Per chi vuole qualcosa di più preciso della nostra tabella, consigliamo di acquistare un testo tecnico dedicato più specificamente agli obiettivi che usa.

 

Iperfocale

 

Iperfocale

 

Clicca sulle tabelle per scaricare il relativo file PDF

 

 


Archivio      feb 5, 15:52