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P H O T O * M O V E M E N T   

Ok il colore è giusto

I puristi dell’immagine digitale spiegano che tutti i componenti della “catena di montaggio” del digital imaging (in primo luogo monitor e stampanti) dovrebbero essere calibrati per garantire che - banalizzando - il giallo che vediamo sullo schermo e il giallo che vedremo subito dopo uscire dalla nostra stampante siano effettivamente lo stesso giallo. Meglio ancora, che questo giallo sia anche lo stesso che abbiamo ammirato quando abbiamo scattato la fotografia che stiamo per stampare
di Francesco Varano

Il problema è noto: l’occhio umano interpreta i colori in un certo modo, che può essere - e quasi sempre è - diverso dal modo in cui li interpretano il sensore di una fotocamera, la logica che pilota un monitor, il software che controlla una stampante. Anche la soluzione è nota: usare un dispositivo (che si chiami colorimetro, termocolorimetro, spettrofotometro o calibratore poco importa) per allineare tutti questi diversi modi di interpretare i colori. Fatto sta che in pochissimi lo fanno, al di fuori dei professionisti della stampa. E chi lo fa, lo fa ogni tanto e non con regolarità, anche se gli stessi puristi a cui abbiano accennato prima ci spiegherebbero volentieri che una stampante in teoria va calibrata ogni volta che si cambia il tipo di carta, oppure le testine o gli inchiostri. Questo, davvero, non lo fa quasi nessuno.

 

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La schermata iniziale nel processo di calibrazione di un monitor

 

Il perché è presto detto. I calibratori sono un po’ come gli esposimetri professionali: vengono considerati oggetti complicati e dall’uso difficile, da lasciare ai tecnici. Non è del tutto vero, ma neanche del tutto falso. Pantone e X-Rite provano però a cambiare un po’ le carte in tavola con ColorMunki, uno spettrofotometro studiato soprattutto per fotografi e designer creativi (non a caso esiste in due versioni, denominate appunto Photo e Design) e per non sembrare un colorimetro o un calibratore. Tanto che qualcuno l’ha già battezzato “l’iPod dei colori”...

 

L’aspetto di ColorMunki rivela da subito l’intenzione di trasformare un oggetto professionale in un gadget che inviti a essere usato spesso. E’ di forma per metà quadrata e per metà circolare, senza spigoli. Sembra un metro da carpentiere che si passato per le mani di un designer. La versione bianca e argento (Design) in effetti ricorda molto il design di certi prodotti Apple, la versione nera (Photo) no ma ha un aspetto più “tecnico”. Il colore è l’unica differenza tra le due versioni di ColorMunki, per il resto hardware e funzioni sono esattamente le stesse. Il calibratore ha una sua custodia in neoprene, con relativa tracolla che serve quando lo si vuole portare in giro con sé e, più spesso, per bilanciare (è in parte imbottita con materiale simile alla sabbia) ColorMunki quando lo si appoggia a un monitor per calibrarlo.

 

L’elemento estetico più evidente di ColorMunki è la grande ghiera rotante che imposta il modo di funzionamento. Ruotandola, con essa ruota anche il sensore dell’apparecchio. Le sue posizioni previste sono quattro: in verticale verso il basso, in diagonale verso il basso e di lato, in orizzontale e in verticale verso l’alto. In queste posizioni ColorMunki, rispettivamente: calibra monitor e stampanti o “cattura” un colore; si auto-calibra; valuta la calibrazione di un videoproiettore; rileva la luce ambientale. Sono tutte funzioni che possono essere di aiuto al fotografo e che vengono svolte mediante il software che si trova nella confezione di ColorMunki o con altre applicazioni esterne. Per quanto riguarda il software a corredo, non c’è una effettiva differenza fra le versioni Photo e Design, semplicemente all’avvio mostrano funzioni diverse: dei percorsi guidati per la calibrazione del monitor e della stampante nel caso di Photo, la gestione delle palette dei colori nel caso di Design. Muovendosi tra i vari menu e cliccando in giro, si scopre ben presto che le funzioni integrate sono quasi le stesse.

 

Dal punto di vista del fotografo, le funzioni più utili di ColorMunki sono effettivamente quelle legate alla calibrazione.

 

Quella del monitor andrebbe fatta con una certa frequenza: il software Pantone ci invita a farlo al primo avvio e poi ci ricorderà di effettuare di nuovo la calibrazione dopo un intervallo - da una a quattro settimane - impostato fortunatamente da noi. L’operazione è molto semplice ed è guidata dal software stesso. Si inserisce ColorMunki nella sua custodia e si appoggia la parte con il sensore allo schermo. A questo punto il software di gestione si comporta come qualsiasi sistema di calibrazione: fa apparire sullo schermo, in successione, una ventina di tonalità per ciascun colore base (rosso, blu, verde, nero) e crea di conseguenza il profilo colore del nostro monitor. Tutta l’operazione richiede meno di due minuti e il risultato, se non si è mai fatta prima una buona calibrazione, sorprende: anche se stiamo usando il profilo “ufficiale” per il nostro monitor, dopo la calibrazione quasi sempre la resa cromatica è sensibilmente migliore.

 

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Il software indica precisamente dove posizionare, e come, ColorMunki

 

La calibrazione della stampante è operazione invece più lunga. Per prima cosa dobbiamo dire al software di quale stampante vogliamo creare un nuovo profilo colore, profilo che correttamente ci viene chiesto di associare a un tipo specifico di carta, poi la stampante produrrà una stampa di test con alcune strisce di colore. Passando ColorMunki su questo campione il software di calibrazione “capisce” come la stampante riproduce i colori prefissati e può quindi creare il giusto profilo. Tutta la calibrazione prevede la scansione di due fogli di test: se non sono stati stampati prima (sulla carta che vogliamo usare per le prossime stampe, non su una qualsiasi), andranno stampati e lasciati asciugare (se usiamo una stampante a getto d’inchiostro) prima della calibrazione vera e propria. Un po’ di pazienza ci vuole, insomma.

 

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Il flusso di calibrazione di una stampante è evidentemente più complesso

 

 

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Ecco come si devono “scorrere” le varie strisce di colore prodotte dalla nostra stampante

 


Altro servizio utile che ColorMunki rende al fotografo anche solo semiprofessionista è l’analisi delle tonalità di colore dominanti in una fotografia digitale e, più in generale, dei colori che la compongono.

 

Caricando una foto tra i nuovi progetti, il software di X-Rite (che tra l’altro riconosce di suo la presenza di una Libreria di Lightroom, se usiamo questo software di fotoritocco) ne evidenzierà i principali colori dominanti. Aprendo la foto (basta farci doppio clic sopra), essa viene portata quasi a pieno schermo: cliccando su uno qualsiasi dei suoi punti verranno mostrate le informazioni sul colore (i valori Lab e RGB) di quel particolare punto. Due piccoli menu nella sezione in basso a destra, denominata Proofing, permettono di valutare come i colori dominanti appariranno in condizioni di luce particolari (luce del giorno, a tungsteno, fluorescente) e soprattutto di verificare se le tonalità dominanti possono essere riprodotte senza problemi da particolari sistemi di stampa. E’ facile capirlo: quelle che non possono essere stampate spariranno dallo schermo.

 

L’analisi delle tonalità dominanti è utile anche a chi sa di dover usare i propri scatti in programmi di fotoritocco, di grafica o di impaginazione, in primo luogo Photoshop di Adobe o Xpress di Quark. Le tonalità evidenziate dal software di ColorMunki possono essere raggruppate in una palette, la quale a sua volta può essere sincronizzata con le palette dei colori usate dai software “esterni”. In questo modo si è certi che quel particolare viola della nostra foto sarà identico al viola usato, ad esempio, per certe parti del testo o per altri elementi grafici.

 

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L’analisi delle dominanti in una fotografia

 

La creazione di palette di colori è d’altronde una delle funzioni principali di ColorMunki, anche se è d’interesse soprattutto per i designer. Basta appoggiare lo spettrofotometro su una superficie colorata (campioni di colore, pareti, tessuti, tutti gli oggetti che presentino almeno una piccola area un po’ piatta su cui appoggiare il sensore dello strumento...) ed esso catturerà la sua tonalità. Il software pensa poi a codificare la tonalità nei valori Lab e RGB e a confrontarla con le gamme ufficiali di colori Pantone. Anche in questo caso i colori catturati possono dare vita a una palette sincronizzabile con applicazioni esterne.

 

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Portando la foto a pieno schermo è possibile identificare il colore di ciascun suo punto

 

 

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La gestione delle palette dei colori, un tema più da grafico che da fotografo

 


ColorMunki è un prodotto professionale, nonostante il suo aspetto, e come tale deve essere valutato, anche perché il suo prezzo (429 euro IVA esclusa) non è certamente popolare. E’ uno strumento interessante per il fotografo almeno semiprofessionista che sinora non ha considerato molto il problema della calibrazione ma che ora, con un solo oggetto, può calibrare monitor, stampanti e videoproiettori di studio. Considerata da questo punto di vista, la spesa non è eccessiva.

 

Proprio perché consideriamo ColorMunki un prodotto professionale o almeno “semi pro”, chiudiamo con una tirata d’orecchi a Pantone e X-Rite: nelle prossime versioni, o in qualche aggiornamento, ci aspettiamo che la qualità della documentazione e dell’aiuto in linea si elevi a quella (molto buona) del prodotto hardware. Adesso è buona per le procedure standard e guidate, ma carente non appena si cerca di affrontare qualche problema imprevisto.

 


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